TELEFONO ANTIPLAGIO 338.8385999
Nella trentesima ricorrenza dell'uccisione di Aldo Moro
e dei 5 uomini della scorta, Telefono Antiplagio ripubblica le audizioni
del senatore Mario Baldassarri, dell'economista Alberto Clo' e del
prof. Romano Prodi su una fantomatica seduta spiritica organizzata 15
giorni dopo il rapimento dell'esponente DC per conoscere il luogo dov'era
segregato. Dal tenore delle risposte dei tre partecipanti eccellenti si evincono
imbarazzo ed incertezza. Per Telefono Antiplagio e' vergognoso che 12
persone di elevata cultura - tante furono presenti nel 1978 al ''gioco del
piattino'' - abbiano messo in atto un sistema così riprovevole, davanti a dei
bambini, per nascondere la fonte di una ''soffiata''. Ma in realta' di cosa
possiamo piu' meravigliarci se ancora oggi le forze dell'ordine danno ascolto a
sedicenti sensitivi per risolvere casi giudiziari che poi non vengono risolti? E
di cosa vogliamo meravigliarci se quando sparisce qualcuno viene attivato un
telefono apposito per ascoltare i deliri dei ciarlatani? Nelle audizioni in
questione e' da notare il tentativo di collegare le ''rivelazioni'' alla
casualita' e di sottolineare che nessuno dei presenti alla ''catena'' conosceva
il nome della localita' Gradoli (che invece era la via di un covo delle
BR), emerso durante il rituale, quasi a voler avvalorare la presenza di un'entita'
per allontanare i sospetti su uno o piu' partecipanti. Telefono Antiplagio
ricorda che nelle sedute spiritiche di questo tipo avviene che un gruppo di
persone poggia un dito su un piattino capovolto che, muovendosi, costruisce le
parole. La spiegazione del ''mistero'' risiede nei movimenti muscolari
involontari, che tutti facciamo anche in buonafede. I partecipanti alla ''seduta''
quindi, senza rendersene conto, spingono il piattino sul tabellone e il piattino
si muove esclusivamente quando le dita sono poggiate. In realta' le parole che
si formano sono presenti nella mente di almeno uno dei partecipanti; pertanto e'
possibile che il nome ''Gradoli'' fosse a conoscenza di qualcuno dei
presenti. La polizia tra l'altro aveva gia' ricevuto una segnalazione su via
Gradoli ed un ex-senatore DC aveva avuto un’indiscrezione identica da parte
di informatori calabresi. 22/03/08
10 giugno 1981: audizione di Romano
Prodi presso la Commissione Moro
(pubblicata anche
qui con l'antefatto)
PRESIDENTE. Debbo richiamare la sua attenzione sul fatto che la Commissione assume le sue dichiarazioni in sede di testimonianza formale e sulle conseguenti responsabilità in cui ella può incorrere, anche in relazione al dovere della Commissione di comunicare all'Autorità giudiziaria eventuali dichiarazioni reticenti o false (...)
ROMANO PRODI. Ripeto quanto ho già scritto nella mia lettera. In un giorno di pioggia in campagna, con bambini e con le persone che penso vedrete successivamente, perchè sono tutte qui, si faceva il cosiddetto «gioco del piattino» (...) Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Naturalmente, nessuno ci ha badato; poi, in un atlante, abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno ne sapeva qualcosa e, visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa (...)
CORALLO. Per farla sentire meno ridicolo, dato che questa sensazione è un po' comune a tutti ... Mi scusi, professore, vorrei dirle che la scrupolosità della Commissione parte da un'ipotesi che dobbiamo accertare essere inesistente, e cioè - non credo molto agli spiriti - se ci possa essere stato qualcuno capace di ispirarli (...) Chi partecipò attivamente al gioco? Voi eravate tanti, però un ditino sul piattino chi lo metteva?
ROMANO PRODI. A turno tutti: c'erano 5 bambini; era una cosa buffa. Non crediamo alla atmosfera degli spiriti e che ci fosse un medium. Io le dico: tutti; anch'io ho messo il dito nel piattino (...)
PRESIDENTE. Non c'era un direttore dei giochi?
ROMANO PRODI. No. Bisogna vedere come se ne sono impadroniti i giornali; come di una seduta medianica, che non so nemmeno cosa sia, ma era un gioco collettivo invece, come tutti facemmo in quel momento; l'ho imparato dopo.
LAPENTA. Chi lanciò l'idea di questo gioco?
ROMANO PRODI. All'inizio il padrone di casa; non so... All'inizio ero in disparte con i bambini e dopo il gioco mi ha incuriosito.
FLAMIGNI. Come venne fuori la specificazione «casa con cantina»?
ROMANO PRODI. Ne sono venute fuori diecimila di queste cose: è venuto fuori «cantina», «acqua». In questo momento non lo ricordo nemmeno; il gioco è andato avanti per ore (...) Ripeto che non ho preso sul serio queste cose e, evidentemente, se non ci fosse stato quel nome, non avrei nè raccontato nè detto la cosa perchè cerco di essere un uomo ragionevole, onestamente.
FLAMIGNI. Nella testimonianza che lei ha reso al giudice dice: «Fui io a comunicare al dottor Umberto Cavina, nonchè il giorno prima alla Digos di Bologna attraverso un collega universitario, la notizia concernente la località: Gradoli, in provincia di Viterbo. A tale indicazione, con l'aggiunta che poteva trattarsi di una casa...»
ROMANO PRODI. Guardi, non me lo ricordavo neanche per il poco peso che gli ho dato. Ne sono saltate fuori tante di queste cose! Tutti hanno detto che non conoscevano questo paese; questo era importante.
PRESIDENTE. La notizia era talmente importante che se l'avessero ben utilizzata, le cose probabilmente sarebbero cambiate.
ROMANO PRODI. Non ho mai creduto a queste cose ... sarà stato un caso.
COLOMBO. Tutte le persone parlavano di un paese...
ROMANO PRODI. Bolsena, Viterbo, Gradoli; si faceva la targa VT; i monti Volsini... ripeto, dopo si dava importanza perchè avevamo visto dove erano; con la carta geografica in mano, fa tutti i «ballottini» che vuole...
CORALLO. «Ballottini» sta per piccoli imbrogli.
ROMANO PRODI. Con la carta geografica davanti davanti, lei capisce non è più... Scusi l'espressione.
FLAMIGNI. Dopo la seduta spiritica...
ROMANO PRODI. No, era veramente un gioco.
FLAMIGNI. Non si può chiamare seduta spiritica.
ROMANO PRODI. Non me ne intendo; mi dicono che ci vuole un medium.
FLAMIGNI. Comunque il risultato, la conclusione è che almeno quando viene fuori la parola «Gradoli» le si attribuisce importanza perchè lo si comunica alla segreteria nazionale della Dc, al capo della Polizia; poi, si muove tutto l'apparato.
ROMANO PRODI. Quando l'ho comunicato a Cavina m'ha detto che ce ne sono state quarantamila di queste cose. Fino al momento del nome, non era stato molto importante; per scrupolo (...) lo comunichiamo (...)
FLAMIGNI. Lei venne appositamente a Roma per riferire a Cavina?
ROMANO PRODI. No, era un convegno...non ricordo su che cosa, e dovevo venire a Roma.
FLAMIGNI. E quanti giorni dopo il «giochetto»?
ROMANO PRODI. Due-tre, non ricordo (...)
FLAMIGNI. Chi interpretava le risposte del piattino?
ROMANO PRODI. Un po' tutti. Era semplice, vi erano le lettere, si mettevano in fila e si scrivevano.
FLAMIGNI. Bisognerebbe capire qual era esattamente lo svolgimento del gioco (...) quali erano le domande poste.
ROMANO PRODI. Le domande erano: dov'è? perchè? Moro è vivo o morto? Del resto, persone che hanno fatto altre volte il «piattino» sanno di che cosa si tratta e possono darle spiegazioni più esaurienti.
BOSCO. Chi erano le persone che l'avevano fatto altre volte?
ROMANO PRODI. II professor Clò, ad esempio, ed altri che risponderanno perchè sono tutti qui (...)
FLAMIGNI. (...) sarebbe importante quantificare quali furono le domande.
ROMANO PRODI. Questo non ha niente a che fare con la tecnica del gioco ed è evidente che me lo ricordi. Le domande erano: dov'è Moro? Come si chiama il paese, il posto in cui è? In quale provincia? E nell'acqua o nella terra? E' vivo o morto?
FLAMIGNI. Quali erano le risposte ad ognuna di queste domande?
ROMANO PRODI. Qui intervengono problemi tecnici sui quali potranno essere date spiegazioni più esaurienti delle mie; comunque, vi erano delle lettere su un foglio e il piattino, muovendosi, formava le parole e indicava sì o no.
FLAMIGNI. Che cosa succede: uno mette il dito su questo piattino?
ROMANO PRODI. No, tutti.
FLAMIGNI. Ad un certo momento parte un impulso per cui il piattino si sposta e va su una lettera?
ROMANO PRODI. Sì. Posso comunque dire che, dopo questa esperienza, ho trovato tanta gente che mi ha confessato di aver fatto la medesima cosa.
CORALLO. (...) Di solito, quando il piattino comincia a muoversi, la domanda che si fa è: chi è l'interlocutore, lo spirito con il quale ci si intrattiene.
ROMANO PRODI. Alla fine è accaduto anche questo, ma all'inizio no. C'è stato chi ha detto: interroghiamo Don Sturzo o La Pira, ma le prime risposte, in un primo momento, erano soltanto sì o no.
CORALLO. L'interlocutore era dunque ignoto.
ROMANO PRODI. All'inizio sì, poi vi furono anche interlocutori vari tra i quali, per quel che mi ricordo, Don Sturzo (...)
CORALLO. Si trattava dunque di un gioco in famiglia, tra amici. Un'ultima domanda professore: tra i partecipanti, vi era anche qualche esperto di criminologia?
ROMANO PRODI. No, assolutamente no (...) Tra i partecipanti alla seduta vi ero io, che sono un economista, il professor Gobbo, che ha la cattedra a Bologna di politica economica, il professor Clo, che ha l'incarico di economia applicata all'Università di Modena e che si interessa di energia, ma di petrolio, non di fluidi. Vi era anche suo fratello che è un biologo (non so di quale branca, anche se mi pare genetica) e vi era anche il professor Baldassarri che è economista, ha la cattedra di economia politica all'Università di Bologna. Tra le donne vi erano mia moglie, che fa l'economista, la moglie del professor Baldassarri, laureata in economia, ed altre che non so cosa facciano professionalmente.
SCIASCIA. Nella lettera che è stata mandata alla Commissione, firmata da tutti voi, si dice che la proposta di fare il gioco è partita dal professor Clo.
ROMANO PRODI. Perchè era il padrone di casa.
SCIASCIA. Nella lettera si aggiunge che tutti vi parteciparono a puro titolo di curiosità e di passatempo, che la seduta si svolse in un'atmosfera assolutamente ludica.
ROMANO PRODI. Vi erano cinque bambini al di sotto dei dieci anni!
SCIASCIA. Si dice anche che nessuno aveva predisposizione alcuna di tipo parapsicologico o, comunque, pratica di queste cose, ma una certa pratica di queste cose qualcuno doveva pur averla!
ROMANO PRODI. Certo, a livello di gioco, la tecnica era conosciuta; però pratica di queste cose direi che non vi fosse. Ripeto, a posteriori, mi sono reso conto che vi è gente che tutte le sere lo fa!
SCIASCIA. Tra i dodici, qualcuno aveva pratica di queste cose?
ROMANO PRODI. Intendiamoci sulla parola pratica, onorevole Sciascia. Se qualcuno lo aveva fatto altre volte voi lo potrete sapere chiedendo agli altri, ma nella nostra lettera abbiamo detto che non vi era nessuno che, con intensità, si dedicava a questo. naturalmente vi era qualcuno che, altre volte, l'aveva fatto.
SCIASCIA. Francamente, io non saprei farlo.
ROMANO PRODI. Anche io non sapevo farlo! Non ne avevo la minima idea e, infatti, mi sono incuriosito moltissimo.
SCIASCIA. La contraddizione che emerge è questa: se c'è una seduta di gente che crede negli spiriti o, comunque, nella possibilità che si verifichino fenomeni simili, se c'è una seduta di questo genere - ripeto - e ne viene fuori un certo risultato del quale ci si precipita ad informare la Polizia ed il Ministero dell'Interno lo posso capire benissimo, ma che si svolga tutto questo in un'atmosfera assolutamente ludica, presenti i bambini, per gioco, e che poi si informi di ciò la Polizia attraverso la mediazione di uno che non era stato presente al gioco, e se ne informi quindi il Ministero dell'Interno, a me sembra eccessivo e contraddittorio.
ROMANO PRODI. Ma è venuto fuori, onorevole, un nome che nessuno conosceva! Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli. Ci siamo chiesti tutti: Gradoli nessuno di voi sa se ci sia? Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo. E' apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo.
SCIASCIA. Direi per irragionevolezza.
ROMANO PRODI. La chiami come vuole. La motivazione reale è che con una parola sconosciuta, che poi trova riscontro nella carta geografica, a questo punto è apparso giusto per scrupolo...
SCIASCIA. Poteva far parte della insensatezza del gioco anche il nome Gradoli.
ROMANO PRODI. Però era scritto nella carta del Touring.
SCIASCIA. La signora Anselmi dice che seguirono dei numeri che poi risultarono corrispondere sia alla distanza di Gradoli paese da Viterbo sia al numero civico e all'interno di via Gradoli.
ROMANO PRODI. Questo proprio non mi sembra ... c'era sul giornale...
SCIASCIA. La signora dice di aver sentito questo dal dottor Cavina.
ROMANO PRODI. Onestamente io non.. Non avrei difficoltà a dirlo.
CORALLO. Nell'appunto di Cavina c'è il numero della strada.
ROMANO PRODI. Può darsi che negli appunti ci sia perchè dopo abbiamo visto sulla carta, strada statale, i monti vicini. L'importante è che si trattava del nome di un paese che a detta di tutti nessuno dei presenti conosceva. Capisco che era tutta un'atmosfera irragionevole, però...
SCIASCIA. Non mi sembra determinante il fatto che non si conoscesse il nome. Viterbo si conosceva e poteva benissimo trattarsi anche di Viterbo.
ROMANO PRODI. Se fosse stato Viterbo, non ci avrei badato perchè si può sempre comporre una parola che si conosce.
SCIASCIA. Chi ha deciso di comunicare all'esterno il risultato della seduta?
ROMANO PRODI. L'ho fatto io perchè ero l'unica persona che conoscesse qualcuno a Roma. Ho parlato con tutti, con Andreatta etc. Non è che ho telefonato d'urgenza; ho detto vado a Roma e lo comunico. Questo è stato deciso una volta che si è saputo che esisteva questo paese che nessuno conosceva.
SCIASCIA. Ora le farò una domanda che farò a tutti. Lei ha mai conosciuto nessuno accusato o indiziato di terrorismo?
ROMANO PRODI. Mai.
COVATTA. II senso della domanda è se qualcuno aveva interesse ad ispirare gli spiriti.
ROMANO PRODI. E' sempre la domanda che mi sono sempre posto anch'io.
BOSCO. All'interrogativo che si è posto, come ha risposto? Cioè se qualcuno poteva aver ispirato gli spiriti.
ROMANO PRODI. Lo escluderei assolutamente.
BOSCO. Quindi si è trattato di spiriti.
ROMANO PRODI. O del caso ... Non so ... Mi sembra che il senso della domanda dell'onorevole Covatta sia quello di chiedere se c'era qualcuno che voleva fare «il furbetto», spingendo in un certo modo o rallentando. Questo no. D'altra parte...
FLAMIGNI. Se avessimo ascoltato un riferimento di quella seduta in maniera molto impegnata e che i protagonisti credevano veramente allo spiritismo e alla possibilità di avere qualche forza in aiuto, allora mi darei una spiegazione, ma proprio perchè il professor Prodi parla di tutto ciò come un gioco, la mia curiosità si accentua. Ritengo che qualcuno potesse anche sapere. Parto da questa considerazione per dire che voglio conoscere le domande effettive e le risposte che sono venute fuori.
ROMANO PRODI. Ho detto le domande effettive e le risposte. Uno dei problemi che si pone per una cosa del genere è proprio quello contenuto nella sua domanda. Crede che quando è uscito il nome di via Gradoli io non mi sia posto il problema di chiedermi se c'era qualcuno che faceva il furbo? Altrimenti non sarei qui in questa situazione in cui mi sento estremamente imbarazzato ed estremamente ridicolo (…)
Commissione parlamentare
d'inchiesta sul terrorismo in Italia
e sulle cause della mancata
individuazione dei responsabili delle stragi
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35ª SEDUTA
MERCOLEDI 17 GIUGNO 1998
Presidenza del Presidente PELLEGRINO
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Indice degli interventi
| PRESIDENTE |
| BALDASSARRI |
| DE LUCA Athos (Verdi - l'Ulivo), senatore 1- 2 |
| FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2 - 3 |
| MANCA (Forza Italia), senatore |
| TARADASH (Forza Italia), deputato |
La seduta ha inizio alle ore 19,25.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del professor Mario Baldassarri. Ritengo superfluo riassumere le ragioni di questa audizione. Il professor Mario Baldassarri partecipò alla nota riunione che nel primo pomeriggio del 2 aprile 1978 si tenne in località Zappolino, in provincia di Bologna, nella casa di campagna del professor Alberto Clò. Siamo nell'ambito dei 55 giorni del sequestro Moro. Fu quella la riunione in cui emerse il nome "Gradoli" con modalità a tutti note. I professori Prodi, Clò, Baldassarri, partecipanti a quella riunione, furono ascoltati dalla Commissione Moro. In seguito alcuni furono ascoltati anche dall'autorità giudiziaria, ma non il professor Baldassarri. Tutti diedero di quell'episodio una versione abbastanza convergente. Nel primo pomeriggio di quel giorno, essendosi guastato il tempo e minacciando pioggia, il professor Clò lanciò l'idea di ingannare il tempo facendo il gioco del piattino. Quindi furono vergate su un foglio di carta le 21 lettere dell'alfabeto e ogni partecipante pose un dito sul piattino che cominciò a spostarsi sul foglio di carta descrivendo una serie di parole a volte incomprensibili, ma in base al racconto dei partecipanti anche parole che essi ricordano molto chiaramente: Viterbo, Bolsena e Gradoli, più alcuni numeri ai quali non venne data importanza. Secondo le dichiarazioni dei partecipanti la seduta si svolse in un'atmosfera ludica, amicale, con molte interruzioni, dovute anche alla presenza di cinque bambini; come qualcosa che i partecipanti non prendevano molto sul serio. Il professor Baldassarri ha dichiarato che sopraggiunse alla riunione solo più tardi con la moglie e che quindi non era presente all'inizio quando il gioco ebbe inizio. Non appena il gioco si concluse, nella fase in cui la comitiva si scioglieva e ci si preparava a rientrare a Bologna, fu rinvenuto, secondo il professor Prodi un atlante, secondo altri partecipanti una cartina autostradale, su cui per curiosità andarono a vedere i nomi che il piattino aveva indicato. Ovviamente trovarono il nome di Viterbo, di Bolsena ma anche quello del paese di Gradoli, a tutti ignoto. Questo creò, se non proprio un allarme, qualche interesse. Nei giorni successivi attraverso due canali diversi gli apparati di sicurezza furono avvertiti di questo "messaggio". Ciò - come è noto - diede luogo ad una vera e propria incursione nel paese di Gradoli mentre fu trascurata l'altra indicazione, che la stessa moglie dell'onorevole Moro aveva fornito, relativa all'esistenza a Roma di una via Gradoli. Come ricorderete però Cossiga, all'epoca Ministro dell'interno, disse che, pur dolorosamente, su questo punto doveva smentire la signora Moro.
A proposito di questa riunione, nella proposta di relazione che consegnai alla Commissione sul finire della scorsa legislatura (che quindi non fu allora approvata ma che non è stata sottoposta a votazione neanche in questa legislatura, giacché l'opinione prevalente delle forze politiche è stata quella di approfondire ulteriormente l'inchiesta) dissi che l'episodio della seduta spiritica mi sembrava un chiaro espediente per fornire una notizia coprendone l'origine, che ritenevo di poter individuare negli ambienti dell'Autonomia universitaria di Bologna. Questo giudizio, quasi con le stesse parole, è stato ripetuto in Commissione dall'onorevole Andreotti e da altri audiendi, tra cui ricordo l'onorevole Forlani. A venti anni di distanza da quell'episodio le domando se ha niente da aggiungere nella narrazione dei fatti a quanto dichiarò all'epoca alla Commissione Moro che possa tornare utile a questa Commissione. Le ho esposto con franchezza la mia personale valutazione della vicenda e, tra l'altro, si tratta di un'opinione ampiamente condivisa all'interno della Commissione.
BALDASSARRI. Innanzi tutto prendo atto della sua opinione che comunque conoscevo già attraverso i giornali. Quello che racconterò, confermando quanto da me riferito quell'unica volta che sono stato sentito dalla Commissione Moro, potrà sembrare abbastanza buffo. Non si trattava affatto di una riunione ma di un invito a pranzo nella casa di campagna del professor Clò. Non potei accettare quell'invito per il pranzo perché avevo a mia volta ospiti a Bologna. Pertanto dissi loro che li avrei raggiunti nel pomeriggio. Arrivai lì attorno alle quattro del pomeriggio e debbo confessare che (non so se risulta nel verbale perché sono trascorsi vent'anni e non ricordo quanto dissi allora, ma questi sono i fatti) quando entrai in casa con la mia precedente moglie e i miei due figli, che all'epoca avevano sette e due anni, insieme anche ad una parente della mia ex moglie (casualmente a Bologna e che rappresentava la ragione del nostro ritardo, trovandosi a pranzo da noi quel giorno) quando arrivai, dicevo, stava piovendo e tutti insieme stavano già facendo questo gioco in un'atmosfera rilassata, con alcuni amici che cucinavano salsicce e le donne che preparavano il caffè. In un primo tempo pensai che si fossero messi d'accordo per prendermi in giro. Non avendo mai visto prima questo giochetto rimasi per un po' in piedi davanti al tavolo, con i bambini che correvano tutt'intorno, pensando che, essendo arrivato tardi, avevano deciso di organizzarmi uno scherzetto. Dissi a me stesso: "Sono arrivato tardi, si sono messi d'accordo e mi stanno facendo uno scherzo, come spesso succede". Sono rimasto quindi lì a guardare. Questa mia sensazione, dopo una mezz'ora, devo dirvi, anche se rischio di apparire buffo, è cambiata. Non avevo mai assistito a quel gioco e non sapevo come funzionasse, ma proprio per questo motivo, convinto che fosse uno scherzo ai miei danni come succede fra amici, mi sono messo a guardare attentamente: mi sono abbassato cercando di vedere chi muoveva il piattino, quale dito lo toccava e quindi spingeva, o se avevano, in qualche modo, concordato un comportamento. Per quello che ho visto, il piattino si muoveva per conto suo. La cosa è ridicola e imbarazzante, ma io continuo a dire questo. E quanto ho verificato, per quello che potevo vedere e per il motivo che vi ho detto, cioè che ero straconvinto che volessero prendermi in giro, tutto qua. All'inizio, meglio, quando sono arrivato, uscivano cose assolutamente prive di senso: lettere in sequenza, k, z, t, r, senza alcun significato.
PRESIDENTE. Dichiaraste allora che avevate anche tentato di interpolare le vocali a queste consonanti per vedere se assumevano un senso compiuto.
BALDASSARRI. Per quel che so, prima che arrivassi avevano chiamato La Pira. Il gioco infatti funziona in questo modo: uno mette il piattino e chiama un personaggio. Funziona così, pare. Per quello che ho visto in quel momento, e per quel che ricordo oggi e continuerò a dire, per il motivo che ero abbastanza convinto, essendo arrivato per ultimo, di essere vittima di un tentativo di scherzo, il piattino si muoveva e non perché qualcuno lo spingesse. Faccio l'economista, uso anche un po' di matematica e mi rendo conto che è un'assoluta apparente sciocchezza quella che vi sto raccontando. Però questo ho visto e questo dico. Dopo una buona mezz'ora che ero arrivato, incuriosito della cosa, mi sono messo a seguire un po' il gioco e il piattino in alcuni momenti si muoveva molto lentamente ma in altri con estrema velocità. Non è che girasse pian pianino sopra le lettere. In alcuni momenti vibrava velocissimo e poi all'improvviso si fermava sopra una lettera. Come ho detto sono venute fuori quelle tre parole. Viterbo e Bolsena le conoscevamo. Gradoli no, nessuno lo conosceva e sapeva che esistesse un paese con questo nome. Solo dopo, consultando una cartina stradale che non so chi, forse il fratello di Clò, era andato a prendere in macchina, ci accorgemmo che intorno al lago di Bolsena esisteva il paese di Gradoli. La cosa ci sembrò strana e Prodi, credo il giorno dopo, decise di comunicare questo fatto. Tutti noi dicemmo che si trattava di un gioco, di uno scherzo e che non era il caso di creare ancora più confusione di quella che già c'era riguardo a Moro, per cui già si sentiva dire che c'erano dei medium che andavano in giro e quant'altro. Non si trattava di una seduta spiritica come alcuni giornali hanno scritto, ma di un invito a pranzo, in campagna, in casa Clò a Zappolino, invito a pranzo che io purtroppo non potei accettare avendo a mia volta ospiti in casa mia. Andammo pertanto in questo paesino di campagna un po' prima delle quattro del pomeriggio. Rispetto la sua opinione, Presidente, però questo ho visto e questo dico.
PRESIDENTE. Con grande sincerità, le voglio dire che la storia che lei ci racconta io non la ritengo né inverosimile, né incredibile, né ridicola, salvo che per un piccolo particolare che le dirò. Ho letto con attenzione le varie dichiarazioni che avete fatto alla Commissione e, almeno alcuni di voi, all'autorità inquirente e non ne ho ricavato l'impressione di una storia preconfezionata. Nelle varie dichiarazioni, infatti, c'era un sufficiente numero di coincidenze ma anche di difformità tale da dare l'impressione che si trattasse di un racconto genuino. Se dieci persone partecipano ad un episodio, nel momento in cui tutte e dieci ne danno l'identica versione normalmente ci si insospettisce. Se la versione scarta da caso a caso su alcuni particolari l'impressione che ne ricavo è di verosimiglianza e quindi di veridicità. Non credo allo spiritismo ..
BALDASSARRI. Neanch'io.
PRESIDENTE. Molte persone però sì, e per loro finisce per essere una cosa seria per la quale ci vuole il medium, un'atmosfera particolare, silenzio assoluto. Anche chi crede allo spiritismo non riuscirebbe a credere che gli spiriti possano essersi manifestati in un'atmosfera come quella che avete descritto in maniera così coincidente e verosimile, con bambini che giocano, con chi si siede e chi si alza, chi arrostisce le salsicce e chi prepara il caffè. In vita mia ho partecipato alcune volte a riunioni - e uso il termine per come lo usiamo dalle mie parti - nel senso di dire un invito a casa di amici per passare un po' di tempo. Ho partecipato allora diverse volte a questo tipo di riunioni in cui per ingannare il tempo si facevano delle sedute spiritiche usando in genere un tavolino, molto più pesante del bicchiere. Il tavolino si muoveva. Alcune volte ero io a spingerlo, altre no; ma avevo la certezza che a spingerlo fossero gli altri. Molte persone presenti sono svenute e si sono sentite male perché, nella nostra crudeltà, abbiamo evocato, che so, lo spirito del padre di una signora, morto da poco. Ne abbiamo evocato lo spirito e questo padre ha risposto. Lei, poveretta, si è sentita male. Abbiamo fatto rompere fidanzamenti e messo in crisi matrimoni, scatenato scene di gelosia, il tutto per quello che crudelmente facevamo spingendo il tavolino. Quello che ho trovato inverosimile in tutte le vostre dichiarazioni è che abbiate sempre escluso che qualcuno spingesse il piattino. Come fa lei ad essere sicuro che fra i partecipanti non ce ne fosse almeno uno in possesso di una informazione che sapientemente affidava al piattino? E semplice riuscirci. Ci si tiene il dito sopra il piatto con grande leggerezza. Basta che insensibilmente uno dia la spinta in una direzione che, per un fatto di suggestione, gli altri smettono di contrastare la spinta, la assecondano e il piattino si sposta. lo sono riuscito a far salire le scale a un tavolino pesante e questo perché eravamo un po' di amici crudeli che si divertivano con questo genere di scherzi. Quello che trovo inverosimile è l'affidavit complessivo che vi date per cui nessuno sapeva niente. Può darsi che lei non avesse informazioni su Gradoli, ma come fa razionalmente ad escludere che a uno dei partecipanti alla riunione non fosse giunto all'orecchio il nome di Gradoli e che affidasse quel nome al piattino?
BALDASSARRI. Questo non l'ho detto. Ho detto che, poiché ero straconvinto di essere vittima di uno scherzo, ho guardato con attenzione se il dito era pesantemente o meno appoggiato sul piattino per scoprire se qualcuno mi stava prendendo in giro. Per quello che ho visto, per la percezione che ho avuto in quel momento, la mia sensazione è stata che il piattino si muovesse da solo. Tutto qui, non ho escluso nulla. Ho solo detto che, per quel che ho visto e percepito, il piattino si muoveva da solo. E quello che ho visto e che ancora ricordo.
PRESIDENTE. All'epoca dei fatti che età aveva? Doveva essere stato giovane.
BALDASSARRI. Vent'anni fa avevo 32 anni.
FRAGALA. Era già professore di economia all'Università di Bologna?
BALDASSARRI. Sì.
PRESIDENTE. E qual era l'età degli altri partecipanti?
BALDASSARRI. Clò credo abbia un anno di più o di meno di me. Prodi, più o meno, ha sette anni più di me. Il fratello di Clò credo sia più grande.
PRESIDENTE. Eravate dei giovani professori universitari.
FRAGALA. Dei giovani adulti.
BALDASSARRI. Giovani relativamente. Per l'età media dei professori universitari italiani certamente molto giovani.
PRESIDENTE. In un paese in cui è accaduto che nella stessa casa si riunissero il capo delle fazioni più sanguinarie del partito armato, che stava mirando a colpire il cuore dello Stato, e uno dei Ministri della Repubblica, perché dovrebbe essere devastante il sospetto che qualcuno di voi avesse qualche amico nell'ambito dell'Autonomia universitaria? Direi che sarebbe sorprendente il contrario. Adriana Faranda, nell'audizione presso la nostra Commissione, ha affermato che il covo di via Gradoli, prima di essere utilizzato dalle Brigate rosse, era stato utilizzato da irregolari dell'Autonomia. Perché dovrebbe essere così ingiusto o forzato il sospetto che il nome Gradoli, che sarà stato conosciuto in Italia da una trentina di persone, sia arrivato in ambienti universitari di Bologna attraverso il "tam tam del movimento", come si diceva allora, e ad esso siano state poi aggiunte le parole Bolsena e Viterbo?
BALDASSARRI. Non ritengo ingiusto, né traumatico, né inaccettabile il sospetto, ma io ripeto ciò che ho visto, o meglio ho creduto di vedere in quel momento, cercando di verificarlo per non essere preso in giro, e che ricordo ancora oggi, dopo vent'anni.
DE LUCA Athos. Lei ha messo il dito sul piattino?
BALDASSARRI. Non ricordo l'ora esatta ma credo di aver messo il dito sul piattino dopo almeno un'ora, cioè verso le 17, quando ho visto che il gioco funzionava, convinto che si muovesse da solo.Il tipo di valutazioni avanzate non mi sorprendono, anzi mi sembrano ragionevoli, però devo dire ciò che in quel momento ho percepito e ho visto.
MANCA. Devo dire innanzitutto che mi aspettavo di incontrare una persona anziana; mi complimento quindi con il professor Baldassarri per la sua giovane età.
BALDASSARRI. A 52 anni Clinton è presidente degli Stati Uniti!
MANCA. Venendo alla ragione per cui è ospite della Commissione, vorrei chiederle di confermare le persone che parteciparono a quel famoso incontro o a quella riunione, come la chiama il presidente Pellegrino. A me risulta che erano presenti: Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo...
BALDASSARRI. Sì.
MANCA... Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò...
BALDASSARRI. Sì, i due fratelli Clò con le rispettive mogli, allora fidanzate.
MANCA... Gabriella e Mario Baldassarri; Francesco Bernardi...
BALDASSARRI. Sì, Franco Bernardi.
MANCA... Emilia Fanciulli e cinque bambini.
BALDASSARRI. Sì, i miei due figli, i due figli di Prodi e uno, credo, del fratello di Alberto Clò.
MANCA. Professore, ricorda se la seduta cominciò con le seguenti domande: Dov'è Moro? Come si chiama il paese o il luogo in cui si trova? E vivo o morto?
BALDASSARRI. No; forse lo avevano chiesto prima. Quando sono arrivato stavano chiedendo se si poteva sapere dove era tenuto prigioniero Moro. Credo che non venne fuori neanche la parola Viterbo per intero, ma soltanto le lettere VT; poi venne fuori Bolsena e quindi Gradoli.
MANCA. Per curiosità, lei sa se, il giorno successivo, Prodi parlò dell'episodio al criminologo Balloni?
BALDASSARRI. No.
MANCA. Lei sa se il 4 aprile Prodi ne parlò a Umberto Cavina, della segreteria di Zaccagnini, e al ministro Beniamino Andreatta?
BALDASSARRI. Sette o otto giorni dopo, quando tornò da Roma, Prodi mi disse di averlo accennato a Cavina.
MANCA. Il presidente Pellegrino ha nominato la signora Moro che parlò della possibilità che Gradoli fosse una strada. Vorrei dire al Presidente che ciò è comprensibile: è facile che chi abita in quella zona sappia che esiste via Gradoli.Vorrei chiedere inoltre al professor Baldassarri se sa a chi sia venuto in mente per primo di fare la seduta spiritica.
BALDASSARRI. Non lo so. Quando sono arrivato stavano già giocando da una mezz'ora.
MANCA. Non ha cercato di ricostruirlo?
BALDASSARRI. Mi hanno detto che fu Alberto Clò, il padrone di casa, a proporlo, ma io non ero presente.
MANCA. Secondo lei chi era l'attore principale di questa piccola commedia, il maggior protagonista della vicenda?
BALDASSARRI. Nell'ora e mezza in cui sono stato presente a fare le domande erano prevalentemente Alberto Clò, Prodi e il fratello di Clò, che conoscevo meno.
MANCA. Il professor Prodi era mediamente o particolarmente attivo?
BALDASSARRI. Come gli altri.
TARADASH. Mi scuso del ritardo, ma mi pare di capire che non sono emersi nuovi elementi rispetto a ciò che già sapevamo. La ragione per cui sarei portato a credere a tutta questa storia è la sproporzione tra la messa in scena e il risultato. Se qualcuno sapeva di via Gradoli, perché avrebbe dovuto ricorrere a questa incredibile messa in scena della riunione dei professori bolognesi e del piattino? L'elemento che invece mi fa dubitare è che lo spirito evocato, per quanto spirito democristiano, doveva essere uno spirito di serie B perché alla domanda relativa al luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro diede una risposta sbagliata: non indicò via Montalcini ma Gradoli, dove Moro in realtà non era. Se si crede allo spiritismo, si dovrebbe immaginare anche che lo spirito dà la risposta che conosce grazie ai suoi strumenti: gli spiriti evocati erano illustri e non possono neppure essere sospettati di ritrosie o di depistaggi. Il problema è quindi più fondamentale: poiché lo spirito non era adeguato e probabilmente non era una seduta spiritica, poiché la riunione e la messa in scena erano tuttavia sproporzionate rispetto al risultato, il mistero che tutti dovremmo cercare di comprendere riguarda la riunione in se stessa. Come mai, in una riunione di personalità così qualificate, qualcuno decide di organizzare la messa in scena - il maggior indiziato finisce per essere il professor Alberto Clò - rendendo tutti in qualche misura partecipi di un'operazione di ricerca della verità che conduce invece ad una mezza verità o ad una mezza falsità? Che cosa c'era intorno a questa riunione ed ai partecipanti? Il professor Baldassarri, essendo arrivato un po' in ritardo, può prendere maggiori distanze dalla vicenda, però è chiaro che, se la messa in scena c'è stata, doveva coinvolgere diverse persone le quali dovevano essere tutte a conoscenza della parole Gradoli e Viterbo. E questo il mistero che circonda una vicenda che non è di spiritismo, per le ragioni logiche che ho richiamato, ma neppure di suggerimento di una pista, perché sarebbero stati sufficienti una telefonata o un incontro riservato. Lei ha mai riflettuto su questo aspetto?
BALDASSARRI. No, francamente no. A me sembra molto ridicola la cosa anche se sono rimasto sorpreso dalla constatazione che, per quanto abbia potuto vedere, questo piattino si muovesse da solo perché non credo allo spiritismo. Certamente, sembra un po' macchinoso pensare di organizzare tutto ciò, per di più in presenza di bambini, per dare una informazione. Molti anni dopo l'uccisione di Ezio Tarantelli a me, ad esempio, fu data per un certo periodo una scorta su Bologna e non è stato di certo scritto sul muri: mi è giunta la telefonata di un signore che mi ha chiesto di recarmi in un certo posto presso la questura di Bologna per avvertirmi del fatto: se qualcuno dovesse dare un'informazione su Gradoli (via o paese che sia), avendola avuta a sua volta, l'iniziativa più semplice è quella di prendere il telefono o al limite di prendere un appuntamento e dirlo. Personalmente sono molto imbarazzato perché debbo purtroppo dirvi quello che ho visto o ho avuto la sensazione di vedere e mi rendo conto che, non credendo agli spiriti, i dubbi possono legittimamente esserci; però, mi sembrerebbe molto artificiosa tutta l'organizzazione. Si consideri infatti che venti anni fa - si faceva riferimento alla giovane età - in realtà eravamo quattro ragazzetti che con i bambini andavano a fare un po' di panini con la mortadella; utilizzare questo per trasmettere un messaggio non mi sembra congruo, la mia sensazione non è questa.
PRESIDENTE. Relativamente alla domanda posta dall'onorevole Taradash vorrei svolgere un'osservazione: per effetto di questa segnalazione un paese della nostra Repubblica è sostanzialmente stato oggetto di una operazione di polizia imponente; ne conservo ancora le immagini; penso che nei cinquantacinque giorni moltissime telefonate siano arrivate agli organi di sicurezza (chi avrà detto che Moro si trovava in un paese della provincia di Catanzaro; chi in una baita sulle Alpi; chi in un posto sul mare). Non penso però che per ogni segnalazione telefonica si siano mossi reparti. Quella segnalazione ha determinato questo movimento perché proveniva da una fonte autorevole che non è certamente il piattino, piuttosto le persone che riferiscono la notizia agli organi di polizia. Rispetto a questo aspetto, la telefonata non sarebbe probabilmente servita. Ecco perché lo considero proprio un modo per cui persone autorevoli - non tutte d'accordo perché, come ho detto prima, credo a come sono andati i fatti, per come sono state riportate le varie deposizioni - che avessero voluto portare un'informazione alla polizia avrebbero potuto farlo in questo modo, secondo me intelligente, per far arrivare una notizia che proveniva da una fonte autorevole; pur considerando il modo in cui se ne era venuti a conoscenza sarebbe valsa comunque la pena di andare a vedere, come infatti hanno fatto.
BALDASSARRI. La mia sorpresa, Presidente, ovviamente ex post, è come mai con gli organi inquirenti, la polizia, i carabinieri, insomma con la mobilitazione incredibile di quei giorni nessuno abbia pensato, non avendo trovato nulla a Gradoli paese, di cercare altrove. Io non abitavo a Roma, ma nel caso contrario è facile ipotizzare di andare a via Gradoli per fare una verifica.
PRESIDENTE. Se l'informazione indica la città di Gorizia si perlustra ovviamente questa città; non si possono perlustrare le vie che si chiamano Gorizia in tutte le città d'Italia. Il passaggio non era facile; doveva far pensare il fatto che la moglie di Moro, secondo quanto ella dichiara, aveva dato una segnalazione specifica...
BALDASSARRI. Penso che però sia abbastanza naturale: se uno che abita a Roma, come me adesso da 14 anni, viene a sapere di un'indicazione specifica, come lei ha detto, Gorizia, sa dell'esistenza di una via che porta lo stesso nome; non avendo trovato nulla a Gorizia forse può venirle in mente che potrebbe trattarsi di una via. Tra l'altro, via Gradoli è una via piccola, corta.
FRAGALA. Molto conosciuta comunque anche all'epoca!
Ringrazio personalmente il professor Baldassarri per la disponibilità dimostrata e perché in questo momento porta la croce come il cireneo, visto che al suo posto questa sera avrebbe dovuto esserci il professor Prodi, l'attuale Presidente del Consiglio dei ministri che in effetti è stato, come ha detto lei, il maggiore protagonista di...
BALDASSARRI. No. Io questo non l'ho detto...
FRAGALA. ...assieme al professor Clò lei ha detto che è stato il maggior protagonista di quella seduta, ma soprattutto che è stato l'unico protagonista dell'informazione poi data ad Andreatta e a tutta una serie di esponenti istituzionali a Roma. La ringrazio perché lei porta la croce, come il cireneo, di un'altra persona, perché questa vicenda ha interessato o interessa la Commissione stragi per motivi talmente importanti che una serie di esponenti istituzionali (dal Presidente della Camera dei deputati, onorevole Violante, ad ex Presidenti del consiglio dei ministri, come gli onorevoli Andreotti, Forlani e Cossiga ad ex brigatisti, come Adriana Faranda, Morucci ed Alberto Franceschini ad altri soggetti ancora) hanno più volte detto a questa Commissione, alla Commissione Moro, che la storia della seduta spiritica fu inventata per coprire una fonte di Autonomia (o comunque di collateralità, di contiguità, come si usa dire adesso, alle Brigate rosse) assolutamente impronunziabile. Lei non si deve meravigliare di questo, come ha fatto poco fa, perché sa benissimo che purtroppo, all'epoca, il fenomeno tragico e terribile del terrorismo rosso attraversò le istituzioni e le famiglie degli strati più alti; lei sa benissimo che il figlio di un ministro della Repubblica era un brigatista; addirittura uno che si era macchiato di numerosi omicidi; non so se sa che la moglie di un ministro era molto vicina ad un altro brigatista.
Se, illustre professore, ci permettiamo di segnalarle come l'operazione "seduta spiritica" era chiaramente una copertura della fonte, è perché non bastava una telefonata - come dice lei - per coprire la fonte e comunque dare la comunicazione, ma perché era necessario architettare una messa in scena assolutamente insuperabile perché il nome della fonte era sicuramente impronunziabile da parte di coloro che avevano avuto l'indicazione, come ha detto l'onorevole Violante, in occasione del suo discorso di anniversario della strage di via Fani, da fonti vicine. Peraltro, come lei sa, durante l'audizione alla Commissione Moro il professor Prodi fu interrogato dall'onorevole Violante, all'epoca capogruppo del PCI e da Leonardo Sciascia, parlamentare nelle file del Partito radicale e consigliere comunale indipendente nelle file del Partito comunista. Sia Sciascia che Violante rivolsero al professor Prodi la seguente domanda "chi di voi, lei o altri, era vicino o conosceva una persona indiziata o accusata di terrorismo?". Il problema era proprio questo: capire non perché si era organizzata quella ridicola messa in scena - come lei stesso l'ha giudicata - ma le ragioni per cui era necessaria quella messa in scena per coprire una fonte assolutamente irriferibile e impronunciabile in quanto troppo vicina ad una dei protagonisti della vicenda.
Mi permetto di porle alcune domande. Credo che lei si renda conto, da illustre economista qual è oggi e qual era anche allora, di una singolarità. Professore, sono un avvocato penalista e in decine e decine di processi ho visto testimoni che hanno indicato come fonte della loro notizia un sogno o la madonna protettrice del loro paese e per questo sono stati immediatamente, allora si usava, arrestati per reticenza in aula o sottoposti a giudizio. Voi siete stati fortunati perché sia la magistratura che le Commissioni d'inchiesta, dotate degli stessi poteri, hanno lasciato passare tutta una serie di contraddizioni, di incertezze, ha detto il Presidente con grande benevolenza, come suo costume. Infatti, da un lato, Clò afferma che avevate messo aperta distesa sul tavolo la cartina geografica dell'Italia per cercare i nomi e, dall'altro, il professor Prodi, rispondendo a Luciano Violante, afferma che avevate aperto un atlante trovandovi il paese di Gradoli. Si tratta di contraddizioni su parti non irrilevanti dei racconto che evidenziano fatti totalmente inconciliabili. Peraltro - lo dico per aiutarla a riflettere sulle domande che le farò -sulla vicenda della seduta spiritica Giuseppe De Gori, avvocato di tanti imputati di prima linea nei processi di Torino, dichiarò ufficialmente che la fonte dei professori bolognesi era Autonomia operaia. Da quanto mi riferì l'avvocato Eduardo Di Giovanni, ora scomparso, per ben tre volte i brigatisti dissociati tentarono di far uscire la notizia su via Gradoli. Vale la pena sottolineare che Eduardo Di Giovanni fu l'avvocato della Democrazia cristiana in tutti i processi Moro. Le potrei citare altre mille dichiarazioni che indicano come la vostra seduta spiritica fu soltanto una mistificazione per coprire quella che per qualcuno di voi era una fonte che doveva restare ignota. Non intendo naturalmente gettare la croce su di lei che sopraggiunse a pranzo concluso e quando già la seduta spiritica era iniziata, ma qualcuno questa croce la dovrà portare e dovrà essere chiamato in questa Commissione per chiarire meglio tali punti oscuri.
Professore, quando si rese conto che non si trattava di uno scherzo da "amici miei" e che quindi non la volevano "mettere in mezzo" ma era di fronte ad una vera seduta spiritica, come mai non reagì, dato che quella seduta spiritica veniva fatta non solo da un gruppo di economisti dello stesso istituto del professor Prodi a Bologna, ma addirittura da un gruppo di intellettuali cattolici militanti e praticanti. Tutti sanno - almeno i cattolici lo devono sapere - che la seduta spiritica è considerata dalla Chiesa cattolica un evento demoniaco e quindi impraticabile per chi si professa credente. In sostanza mi domando perché lei non protestò quando si rese conto che la seduta non era una finzione e che il piattino - secondo lei - girava autonomamente senza il trucco di cui le ha parlato il presidente Pellegrino.
BALDASSARRI. Vorrei fare alcune precisazioni. La prima è che non sento affatto di portare la croce di qualcun altro: ognuno di noi porta le proprie e di solito se ne hanno abbastanza nella vita. La seconda precisazione riguarda il professor Prodi. Io non ho mai detto che fosse il maggiore protagonista della seduta....
FRAGALA. Uno dei due protagonisti.
BALDASSARRI. Ho detto che ci si alternava e che il gioco veniva guidato prevalentemente da Alberto Clò il quale credo l'avesse già fatto in precedenti occasioni. Io, ad esempio, non solo non l'avevo mai fatto prima ma non l'avevo neanche mai visto fare e quindi non sapevo neppure come funzionasse e come fosse organizzato. Per quanto concerne la terza precisazione, io non ho affermato che bastava una telefonata, questo l'ha detto l'onorevole Taradash. Ho detto invece che mi sembrava ragionevole la considerazione fatta dall'onorevole.Il fatto che da cattolico lo non abbia protestato, è dipeso dal clima esistente che era quello di un giochetto.
FRAGALA. Lei ha detto che all'inizio era un clima da gioco e che poi la cosa si fece seria.
BALDASSARRI. In realtà non è cambiato il clima nel senso che i bambini non hanno smesso di giocare e tutto ha continuato a svolgersi in un'atmosfera distesa. Semplicemente la seduta ha cominciato a suscitare la mia curiosità per cui ho smesso di pensare che fossero d'accordo per prendermi in giro. Non esisteva un clima tale da provocare una reazione forte da parte di qualche ospite fino a fargli dire: "no smettiamola, cosa sono queste idiozie". Direi che ha prevalso più la curiosità e la sorpresa che non la formazione cattolica dei presenti.
FRAGALA. Ha prevalso un senso di trasgressione.
BALDASSARRI. Non parlerei di trasgressione. Non in quel momento. Il discorso di via Gradoli è venuto fuori molto tempo dopo, per cui mi sono anche chiesto la per là cosa fosse quella roba. L'unica cosa che poteva suscitare una certa curiosità era il fatto che dopo alcune lettere senza senso uscissero fuori nomi che esistevano nella realtà. Probabilmente il mio confessore potrebbe anche tirarmi le orecchie, ma i cattolici sono peccatori e io lo sono!
PRESIDENTE. Devo dire che alle riunioni alle quali io ho partecipato c'erano molte pie donne, attratte probabilmente dal senso del peccato!
FRAGALA. Signor Presidente, voi però creavate quel clima, organizzavate riunioni per fare scherzi e per mettere paura alla gente creando l'atmosfera adatta. Lì non esisteva questo clima.
Un'altra domanda. Lei, professore, ci ha detto che per la prima ora la seduta spiritica è andata avanti senza grandi risultati, con il piattino che girava e formava delle parole incomprensibili. Poi dopo un'ora tutto diventò interessante perché ...
BALDASSARRI. Dopo una mezz'ora, tre quarti d'ora che ero arrivato io.
FRAGALA. Certo, di prima è inutile parlare. Poi qualcuno incominciò a interrogare gli spiriti di don Sturzo e di La Pira per sapere dove Moro era tenuto segregato. Il quesito posto prefigurava quindi una risposta di tipo geografico, tant'è vero che quando uscì la parola a voi sconosciuta, come avete tutti dichiarato, di Gradoli, una parola di cui non conoscevate il significato...
BALDASSARRI. Pensammo però che potesse essere una località.
FRAGALA. Perché la vostra aspettativa ...
BALDASSARRI. Andammo a vedere sulla cartina seguendo questa sequenza logica: non sapevamo dov'era Gradoli, ma sapevamo dov'erano Viterbo e Bolsena e ci siamo detti guardiamo se c'è anche Gradoli.
FRAGALA. Dunque voi aspettavate, come risposta al quesito, il nome di una località geografica. Come mai perciò quando il piattino formò la parola Grado, che è una notissima località geografica, non siete saltati in aria e non avete interrotto il gioco e la vostra ricerca della località? Come mai avete continuato a tenere il dito sul piattino e a far muovere il piatto quando il nome Grado doveva aver già dato risposta al quesito che avevate posto allo spirito? E qui la stranezza.
BALDASSARRI. Il piattino non si è fermato dopo la "o" di Grado.
FRAGALA. Perché non avete tolto tutti il dito?
BALDASSARRI. Se non ricordo male in questo gioco il piattino viene messo all'inizio in una posizione a cui deve tornare alla fine della composizione della parola.
FRAGALA. Non è così.
BALDASSARRI. Se non ricordo male c'erano due cerchietti che piattino seguiva formando le lettere.
FRAGALA. Per come è stato illustrato dai protagonisti maggiori della seduta e per come succede in questo tipo di giochetto, il piattino parte dal centro e va su lettere o numeri fino a formare una parola di senso compiuto.
BALDASSARRI. Io non lo ricordo così.
PRESIDENTE. Sarà stata una variante bolognese.
FRAGALA. Lei ha anche detto che nella prima mezz'ora il piattino ha formato una sequenza di lettere prive di senso compiuto mentre poi cominciò a formare delle parole conosciute. E evidente allora che quando il piattino formò la parola Grado ci si doveva aspettare, da chi attendeva una risposta di tipo geografico al quesito, che togliesse il dito dal piattino, soddisfatto della risposta ricevuta. Come mai continuaste?
BALDASSARRI. Può darsi che io ricordi male, ma mi sembra che sul foglio di carta fosse segnato un cerchio da cui il piattino partiva e su cui tornava.
FRAGALA. Non è così che gli altri descrivono la cosa.
BALDASSARRI. Potrei ricordare male. Mi pare però ci fosse una posizione di partenza e di ritorno del piattino.
FRAGALA. Non è descritto così dagli altri commensali.
Un'ultima domanda, professore. Come lei avrà saputo dalla stampa, dalla bozza del presidente Pellegrino e dai vari interventi in questa Commissione di illustri personaggi venuti a deporre sul tema di via Gradoli, per ben tre volte dall'interno delle Brigate rosse o comunque da persone che conoscevano il covo di via Gradoli sono partite delle segnalazioni per la polizia in modo da far scoprire e individuare il covo. La prima volta fu il 18 marzo, due giorni dopo il sequestro dell'onorevole Moro. Dal commissariato Flaminio Nuovo fu inviato un drappello di agenti a fare una perquisizione proprio nella palazzina al civico 96 di via Gradoli.
BALDASSARRI. Quell'appartamento a cui bussarono senza che fosse aperto.
FRAGALA. La signora Mokbel segnalò a un commissario, tramite un brigadiere di pubblica sicurezza, che di notte nell'appartamento del quinto piano di fronte al suo c'era qualcuno che faceva dei rumori come se segnalasse con l'alfabeto Morse, e la polizia non raccolse questa segnalazione. Il 2 aprile è stato il professor Prodi a segnalare Gradoli nei termini che qui sono emersi. Infine i brigatisti, o chi per loro, stanchi dell'inefficienza dell'apparato investigativo, allagarono l'appartamento e così finalmente il 18 aprile 1978 il covo venne scoperto. Ora, rispetto a questa sequenza, mi permetterà di pensare che l'informazione suggerita al piattino da chi la conosceva fu un'informazione corretta che per ben tre volte, fino all'allagamento da parte di un'ala trattativista delle BR, si tentò di dare per bloccare Moretti e quindi l'uccisione dell'onorevole Moro. Lei nel corso degli anni ha mai chiesto al professor Prodi come mai l'esito di un pomeriggio ludico, di una seduta spiritica improvvisata, senza medium, con sensitivi improvvisati e dilettanti, con bambini che giocavano intorno, fu ritenuto così attendibile da essere causa, l'indomani, di un viaggio fino a Roma per riferirne ai più alti vertici istituzionali e dell'apparato investigativo? Si è mai posto questa domanda e l'ha posta all'onorevole Prodi?
BALDASSARRI. No, perché quando la sera si tornò a casa la sequenza di Viterbo, Bolsena e Gradoli ci aveva sorpreso e se ne chiacchierò fra di noi. C'era chi sosteneva che fosse il caso di riferirlo e chi pensava non fosse il caso. I primi sostenevano che era opportuno farlo chiarendo che si trattava di un gioco e che quel nome era venuto fuori così, di dirlo come una cosa in più. Dopo di questo, non so quando, il professor Prodi andò a parlarne con Cavina. Me lo ha detto lui diversi giorni dopo.
FRAGALA. Voi concordaste dunque di riferire agli organi investigativi? E così perché lo dicono tutti.
BALDASSARRI. Ritenemmo che forse valeva la pena di riferirlo. Tutto qua.
FRAGALA. Anche le vostre mogli erano economiste?
BALDASSARRI. Quasi tutte.
FRAGALA. La moglie di Prodi lo era.
BALDASSARRI. Non lo era.
FRAGALA. Era assistente. Quando un gruppo del vostro livello decide di esporsi con le autorità istituzionali e investigative con le informazioni avute in una seduta spiritica è perché ha preso la cosa molto sul serio. Nessuno di voi si sarebbe prestato alla derisione e al ludibrio di un'esposizione di questo genere.Mi chiedo se lei si consultò con il professor Prodi oppure lo avevate già concordato, essendo tutti convinti che il risultato di questa esperienza cosiddetta ludica era talmente importante da correre il rischio di esporvi ad una derisione?
BALDASSARRI. Non avevo affatto la percezione che la parola Gradoli potesse essere un'informazione importante perché - lo ripeto - non sapevamo neanche che cosa fosse.
FRAGALA. Ma poi lo avete saputo.
BALDASSARRI. Lo abbiamo saputo 20 giorni dopo.
FRAGALA. Lo avete saputo subito, quando avete consultato la cartina geografica.
BALDASSARRI. Anche quando, esaminata la cartina, abbiamo appreso che esisteva un paese che si chiama Gradoli, il fatto risultava più che altro curioso: per me esisteva una probabilità su dieci milioni che si trattasse di un'informazione importante. Sono rimasto impressionato quando è stato scoperto il covo di via Gradoli, ma non quella sera quando tornammo a casa dopo il gioco. Ritenemmo tuttavia che alle numerose segnalazioni se ne potesse aggiungere un'altra, chiarendo le circostanze in cui era emersa.
FRAGALA. Nemmeno dopo la scoperta del covo di via Gradoli parlò con il professor Prodi?
BALDASSARRI. Certo, quando fu scoperto il covo chiamai Romano al telefono per dirgli che quel piattino aveva ragione, non si trattava però di un paese ma di una via.
DE LUCA Athos. Innanzitutto desidero ringraziare anch'io il professor Baldassarri della sua cortesia e della sua disponibilità. Più che alla seduta spiritica, sono interessato a ciò che è avvenuto dopo: quando sono emersi dei nomi avete discusso tra amici sul modo di utilizzare queste rivelazioni? Credo che nessuno degli altri partecipanti alla riunione credesse nello spiritismo.
BALDASSARRI. Non lo so, ma credo di no.
DE LUCA Athos. Non ne avete parlato durante il gioco?
BALDASSARRI. La mia sensazione era che vi fosse una sorpresa generale sul fatto che il piattino si muovesse.
DE LUCA Athos. Lei ci ha detto che non credeva allo spiritismo. Gli altri amici ci credevano o no?
BALDASSARRI. Non le so rispondere sul conto degli altri; io pensavo che mi stessero prendendo in giro.
DE LUCA Athos. In seguito però lei ha capito che non la stavano prendendo in giro. Mi consenta, professore, viene spontaneo, dopo aver partecipato ad una seduta spiritica, domandarsi se si crede o no a questi fenomeni. Voi non ve lo siete chiesto?
BALDASSARRI. Sì, io ho detto che non ci credevo e continuo a non crederci, ma dovevo dire con grande sorpresa che mi sembrava che il piattino si muovesse da solo.
DE LUCA Athos. E strano che degli amici accomunati da questo genere di esperienza non si siano fatti domande che io ritengo naturale porsi in quelle circostanze.
BALDASSARRI. Qualcuno disse poi di averlo fatto anche altre volte e che il piattino si muoveva da solo; io lo vidi per la prima volta.
PRESIDENTE. Ricorda chi?
BALDASSARRI. Credo che Alberto Clò l'avesse fatto altre volte, ma dopo vent'anni è difficile ricordare, anche perché in quel momento non memorizzammo l'episodio come un evento eccezionale: è diventato strano in seguito.
DE LUCA Athos. Il vostro gruppo di amici era favorevole alla linea della fermezza o a quella della trattativa? Ha scambiato queste opinioni con i suoi amici?
BALDASSARRI. Personalmente, pur non avendo una grande esperienza, ero istintivamente favorevole alla linea della fermezza.
DE LUCA Athos. E gli altri?
BALDASSARRI. Non ricordo bene, ma credo che, per la maggior parte, fossero contrari ad una trattativa con le BR. Io avevo 32 anni, ero tornato dagli Stati Uniti da due o tre anni e avevo trovato il paese cambiato rispetto a quando ero partito; non avevo le idee molto chiare, ma avevo la sensazione che, cedendo una prima volta, si sarebbe dovuto cedere ancora. Debbo dire che rimasi molto sorpreso dall'uccisione di Moro: avrei ritenuto le Brigate rosse più intelligenti; secondo la mia opinione, naturalmente ex post, avrebbero provocato danni maggiori alle istituzioni se non lo avessero ucciso.
FRAGALA. Qualcuno, per salvare le istituzioni, fece uccidere Moro!
DE LUCA Athos. Lei ha pensato, o pensa adesso dopo vent'anni, che qualcuno dei suoi amici si fosse prestato a questo gioco per cercare di salvare Moro?
BALDASSARRI. No; io avevo la sensazione che si trattasse soltanto di un gioco e che non fosse stato organizzato da qualcuno. L'unico dubbio che avevo - lo ripeto - riguardava la possibilità che mi stessero facendo uno scherzo.
DE LUCA Athos. Dopo quell'episodio e dopo la scoperta del covo di via Gradoli, oltre ad aver scambiato qualche parola con Prodi, ha parlato nuovamente, a quattr'occhi e in tranquillità, con gli amici per riflettere su quella giornata? Vi siete scambiati delle opinioni, vi siete domandati se qualcuno aveva spostato con il dito il piattino in modo da far risultare il nome Gradoli e chi poteva essere stato?
BALDASSARRI. No, l'interrogativo che ci siamo posti riguardava il modo in cui il piattino si era mosso, visto che nessuno lo spostava.
DE LUCA Athos. E duro accettare che questa fosse la priorità!
BALDASSARRI. Me ne rendo conto; sono un economista, ho una mentalità matematica, mi rendo conto che è ridicolo quello che sto dicendo, ma è la verità.
DE LUCA Athos. Lei ha detto di essersi recato alla riunione, di aver creduto inizialmente che si trattasse di un gioco e di essere quindi rimasto perplesso. Non mi convince un aspetto della sua versione: sarebbe lecito aspettarsi che, dopo la scoperta del covo di via Gradoli, lei abbia chiesto ai suoi amici che cosa era successo quella sera e in che modo era venuto fuori quel nome. Non si tratta di una curiosità ma della volontà di sapere. Delle due l'una: o lei avrebbe dovuto convincersi dell'esistenza degli spiriti - è una tesi di cui hanno parlato La Pira e Sturzo - oppure, seguendo la sua mentalità razionale di economista, avrebbe dovuto telefonare ai suoi amici e chiedere chi aveva mosso il piattino.
BALDASSARRI. Me ne rendo conto: ma ancora oggi sono convinto che, per ciò che ho visto, il piattino si muoveva da solo. Ciò non significa che mi sono messo a praticare lo spiritismo, ma rimango con questo dubbio.
PRESIDENTE. Ricorda se il piattino indicò dei numeri?
BALDASSARRI.Sì, si fermava anche su alcuni numeri.
FRAGALA. Scrisse il numero 96?
BALDASSARRI. I numeri erano scritti su un foglio insieme alle lettere, non era il piattino a scriverli.
PRESIDENTE. Due giornalisti hanno detto che fu formato il numero 095 che corrisponde al prefisso telefonico di Catania.
FRAGALA. Mi pare che venne fuori il prefisso di una città della Sicilia.
PRESIDENTE. Ricordo che il numero civico del covo di via Gradoli era 96.
FRAGALA. Venne fuori la lettera A e il numero 96.
PRESIDENTE. No. La versione che ho io è che venne fuori il numero 095.
FRAGALA. Vorrei infine rivolgerle una domanda, visto che sono ormai passati venti anni; lei conosceva bene tutti i partecipanti della riunione?
BALDASSARRI. Conoscevo da parecchi anni il professor Prodi, la moglie, il professor Alberto Clò, Fabio Gobbo; meno gli altri; il fratello di Alberto Clò lo avevo visto due volte e lo avrò visto due volte nei vent'anni successivi.
FRAGALA. Lei non faceva parte dell'Istituto del professor Clò?
BALDASSARRI. Sì. Rientrato dagli Stati Uniti ero all'istituto del professor Clò.
PRESIDENTE. Da quanto tempo era rientrato?
BALDASSARRI. Dal 1974.
FRAGALA. La dichiarazione del professor Prodi....
BALDASSARRI. Quello che ha detto il professor Prodi non lo so, però i membri dell'Istituto di scienze economiche della facoltà di scienze politiche dell'Università di Bologna, alla data del 1978, erano il sottoscritto in qualità di assistente ordinario e professore incaricato alla facoltà di giurisprudenza; il professor Prodi in quanto direttore del Cepi, Centro di economia e politica industriale, il professor Fabio Gobbo ed il professor Alberto Clò; il fratello di Alberto Clò non credo sia neanche un economista e stava da tutt'altra parte; le altre persone ovviamente non erano membri dell'istituto.
PRESIDENTE. La mia domanda è la seguente: vi era nessuna di queste persone che, anche alla stregua di conoscenze successive, secondo lei poteva avere amicizie in ambienti vicini alle posizioni radicali di sinistra?
BALDASSARRI. Che io sappia no, perché questi amici erano sostanzialmente tutti democristiani, diciamocelo chiaramente.
FRAGALA. Democristiani dossettiani?
BALDASSARRI. Ma no; all'epoca non conoscevo neanche la differenza tra Dossetti, Fanfani o quant'altro.
FRAGALA. Facevano riferimento all'onorevole Andreatta ed al senatore Medici?
BALDASSARRI. Ho visto il senatore Medici in un seminario e poi altre volte in televisione; poi credo sia morto. Del resto, non ero uno studioso all'epoca di queste cose. Sapevo che c'era Dossetti ma nient'altro.
PRESIDENTE. Qualcuno che avesse un cugino un po' vivace, border line?
BALDASSARRI. C'era la cugina della mia ex moglie, ma non era vivace; era una studentessa di medicina a Bologna.
PRESIDENTE. Quindi elementi border líne vicini agli ambienti del movimento studentesco non ce ne erano?
BALDASSARRI. Che io sappia no. E sono convinto di ciò perché Gobbo è un ex carabiniere ed è rimasto tale come modo di approccio alla vita; conoscevo Clò da parecchi anni così come Prodi; non mi pare avessero particolari frequentazioni.
PRESIDENTE. Ringrazio il professor Baldassarri per essere intervenuto e dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle ore 20,50.
Commissione parlamentare d'inchiesta sul
terrorismo in Italia
e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi
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36ª SEDUTA
MARTEDI 23 GIUGNO 1998
Presidenza del Presidente PELLEGRINO
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Indice degli interventi
La seduta ha inizio alle ore 19,55.
PRESIDENTE. Possiamo ora procedere all'audizione del professor Clò. Ringrazio della disponibilità che ha manifestato il professor Clò. Credo che lui sia al corrente dell'argomento su cui lo vogliamo audire; penso che l'abbia immaginato, anche perché io ho ritenuto, per una semplificazione dei lavori della nostra Commissione, atteso che l'audizione del professor Baldassarri era avvenuta in seduta pubblica e quindi con resoconto stenografico immediato, di far avere al professor Clò il testo di quell'audizione. Darei quindi senz'altro la parola al professor Clò; se lui ritiene ci può raccontare nuovamente l'intera storia; i punti sui quali però ci interesserebbe avere una risposta precisa sono tre.
Innanzi tutto, se, oltre ad essere l'ospite attivo della riunione, lui ci può confermare che fu sua l'idea di ingannare il tempo, mentre le situazioni atmosferiche di quel pomeriggio sull'appennino emiliano peggioravano, invitando i convenuti a quella riunione a rimanere dentro casa, facendo questo gioco del piattino. In secondo luogo, se ci può confermare quello che ci ha detto il professor Baldassarri e cioè che dopo che uscì il nome "Gradoli", che nessuno conosceva, fu il professor Clò ad andare in automobile a prendere una cartina autostradale per identificare su questa il paese di Gradoli quale comune vicino ai comuni di Viterbo e Bolsena (le altre due parole che il piattino aveva descritto muovendosi più o meno velocemente sul tavolo). Infine, se lei era tra coloro che parteciparono quasi per intero alla seduta e che tenne insieme al professor Prodi prevalentemente il dito sul piattino.
CLO’. Signor Presidente, come premesso, ritengo che fosse doveroso aderire alla richiesta della Commissione; quindi la mia disponibilità è oggi massima, come è stata in passato, a riferire in coscienza e con senso di verità un fatto che pure ha aspetti di irrazionalità. Riguardo, nello specifico, alle tre domande sostanzialmente la risposta è positiva, comunque vorrei fare alcune puntualizzazioni anche se evidentemente a distanza di vent'anni non è che la memoria sia puntuale.
Certamente ero ospite attivo, nel senso che gli amici quel giorno erano ospitati in casa mia in campagna. E’ sostanzialmente vero che si cercò di ingannare il tempo, nel senso che ci si trovò, come era inevitabile essendo il 2 aprile, a parlare di quella vicenda che in quel momento angosciava l'intero paese. In particolare, in quei giorni sui giornali erano state pubblicate informazioni in base alle quali sarebbe stato chiesto ad uno parapsicologo straniero un intervento. Quindi ci si trovò a discorrere dei modi con cui ciò poteva essere avvenuto e a parlare del gioco "del piattino"; da qui l'idea di farlo per ingannare il tempo. Probabilmente, se il tempo fosse stato clemente, essendo in campagna, saremmo andati a fare due passi all'aperto. In relazione alla seconda domanda, sul fatto della cartina geografica, innanzitutto, colpì il fatto che non solo il piattino si muovesse, ma anche che lo facesse con grande velocità, con movimenti assolutamente erratici ed imprevedibili che escludevano la possibilità che qualcuno lo manovrasse direttamente. Ce ne saremmo accorti.
I due termini: "Bolsena e Viterbo", quelli che emersero più frequentemente, erano noti a tutti, perché si riferivano a famose località geografiche, mentre il termine: "Gradoli" era a tutti sconosciuto. Non ricordo se fui io ad aver l'idea di andare a prendere la cartina geografica, anche perché normalmente in macchina non ne ho. Può darsi che qualcun altro l'abbia presa o ne abbia fatto richiesta. Aprendola, il riscontro che esistesse quella espressione che era a noi tutti ignota, Gradoli, e che corrispondesse ad una specifica località che si trovava esattamente nella zona limitrofa a Bolsena e a Viterbo, colpì tutti aggiunta al fatto che il piattino si muovesse. Non si prese la cartina sapendo che in qualche modo vi si potesse trovare un riscontro. Al gioco del piattino parteciparono sostanzialmente tutti, anche se in modo diverso, perché coloro che lo sfioravano con il dito, essendo quest'ultimo piccolo non potevano essere più di tre, quattro persone o forse cinque, mentre gli altri assistevano. Peraltro, ricordo che nella stanza erano presenti cinque bambini di età variabile da un anno a sei e le rispettive mamme che non li avevano abbandonati, perché invasate dal gioco. Ci si interruppe per bere, e ci fu da parte mia una continuità, anche se non fui sempre presente allo svolgersi del gioco, come non fui sempre io a porre le domande o a sfiorare il piattino con il dito.
PRESIDENTE. Professor Clò, ma perché doveva trattarsi di una località geografica? Non poteva essere il cognome di una persona?
CLO’. Certo.
PRESIDENTE. Oppure il nome di una tenuta, di un castello o di una frazione molto piccola? Se lei sentisse il nome "Arnesano", penserebbe a un paese? In effetti, si tratta di un piccolo paese nelle cui vicinanze io abito, ma nella mia città è anche un cognome abbastanza diffuso. Lo stesso poteva essere per Gradoli. Ripeto, perché doveva trattarsi di un paese?
CLO’. Signor Presidente, il piattino formò il termine: "Gradoli" a seguito di una domanda con la quale si chiedeva quale fosse la località specifica nella quale si trovava nascosto l'onorevole Moro. I termini che si componevano e che avevano un senso compiuto emergevano sempre in risposta a domande che erano state poste, del tipo: "dove si trova esattamente?". Inizialmente le domande avevano carattere generico. Sul foglio aperto le lettere e i numeri si trovavano in ordine sparso; c'erano anche i termini: "si e no" che servivano come risposta a domande del tipo: "l’onorevole Moro è vivo?" oppure: "è morto?". Le domande furono poi fatte in modo più circoscritto ed ecco quindi il riferimento all'area geografica. Il termine "Gradoli" venne in riferimento alla domanda che atteneva a quale fosse la località geografica. Quindi, non sapevamo neanche se si trattasse di un comune. Ripeto, si chiese quale fosse la località e si fece un riscontro su una cartina geografica piuttosto che su un elenco telefonico.
PRESIDENTE. Professor Clò, nella proposta di relazione conclusiva che depositai nella scorsa legislatura a proposito di questo episodio scrissi: "Non è assolutamente credibile che il nome Gradoli sia venuto fuori" - questa è la versione ufficiale - "in una seduta spiritica in cui sarebbe stato evocato lo spirito dell'onorevole La Pira, affinché rivelasse il luogo in cui Moro era tenuto prigioniero. Ho dovuto invece ritenere che il nome Gradoli fosse filtrato nell'ambiente dell'Autonomia bolognese, e che il riferimento alla seduta spiritica, fosse un singolare, quanto trasparente espediente di copertura della fonte informativa". Poi la legislatura finì e questa proposta di relazione non fu mai discussa dalla Commissione. In questa legislatura, sentimmo, tra gli altri, il senatore Andreotti, potremmo anche prenderne il verbale, e a proposito di questo episodio disse le stesse parole. Disse infatti che non era credibile il fatto che fosse stata una seduta spiritica a rivelare la località geografiche, e che si fosse trattato di un modo per coprire la fonte informativa e che questa fosse filtrato attraverso gli ambienti dell'Autonomia.
MANCA. Era l'undici aprile dello scorso anno.
PRESIDENTE. Professor Clò, a lei potrà sembrare una versione malevola, però io le debbo dire con franchezza che all'interno della Commissione si fa un'ipotesi che sarebbe molto più grave, perché il 18 marzo del 1978 la polizia fallì una perquisizione nel covo di via Gradoli (nessuno aprì la porta, e i poliziotti, che dovevano perquisire quell'appartamento, se ne andarono), il 2 aprile vi fu la seduta spiritica, il 6 aprile l'irruzione nel paese di Gradoli; poi il 18 aprile il covo di via Gradoli viene abbandonato con modalità estremamente singolari. Il covo venne apparentemente scoperto perché una doccia lasciata aperta determinò l'allagamento di un appartamento sottostante. Però, proprio ieri sera, ho parlato con un giornalista che a lungo si è occupato di questo problema, e mi ha detto che i brigatisti non la raccontano per intero. Nei colloqui privati, infatti, dicono che lo fecero perché trattandosi di un covo frequentato anche da molti brigatisti che venivano da fuori, da persone vicine (la Faranda ci ha detto che prima ancora che dalle BR l’appartamento era stato utilizzato anche da irregolari, da persone dell'Autonomia), e avendo capito che il covo ormai scottava volevano dare un segnale netto, affinché nessuno, passando da Roma, fosse punto dalla vaghezza di andare a fare una visita ai compagni combattenti. Allora, secondo questa versione più severa, aver fatto uscire il nome di Gradoli paese, aver determinato l'irruzione militare nello stesso, con il clamore che ciò poteva suscitare, poteva anche essere un modo per segnalare ai brigatisti che le forze di sicurezza si stavano avvicinando a quel covo. Lei è un intellettuale, un professore universitario, questo aspetto non la fa riflettere? Penso sia difficile trovare due persone più diverse per storia e modi di ragionare, come me e il senatore Andreotti. Eppure, di fronte a questo episodio, esprimemmo la stessa valutazione. Non credo che Andreotti, all'epoca Presidente del Consiglio, quindi il vertice dell'esecutivo italiano mentre avvenivano tutti questi fatti, avesse letto la mia relazione! Ho detto anche al professor Baldassarri, lei avrà letto la mia valutazione, che trovavo, e trovo ancora, troppo lungo l'intervallo trascorso tra il 6 e il 18 aprile per pensare che i brigatisti abbiano recepito quel messaggio. Se l'irruzione li avesse allarmati, avrebbero lasciato il covo prima, perché passarono 12 giorni. Di conseguenza resto sempre convinto della mia idea, che tra voi vi fosse qualcuno, magari uno studente universitario, che avesse sentito altre persone parlare e dire: "chissà che non lo tengano a Gradoli" e che fosse stato quest'ultimo a fornirvi la notizia e a voler coprire la fonte ritenendo di affidare il peso di questo segreto al piattino. Allora, sono passati vent'anni: un'ammissione di questa possibilità non servirebbe a semplificare le cose, a non dar corpo a quel sospetto maggiore che invece vive e si agita? Io ho riguardato tutte le vostre dichiarazioni e quello che mi ha sempre sorpreso non è che la seduta spiritica si sia svolta (l'ho detto anche nel corso dell'audizione di Baldassarri, lei lo avrà letto); a me che la seduta spiritica si sia svolta mi sembra abbastanza vero, ci credo, perché le dichiarazioni che tutti avete rilasciato sono abbastanza convergenti, ma non totalmente convergenti o così convergenti da far pensare a una storia "prefabbricata". (Cenni di assenso dell'onorevole Saraceni). Vedo che l'onorevole Saraceni, che è un vecchio magistrato, mi dà ragione in questo: io diffiderei di versioni identiche, a versioni che scartano lievemente invece sarei portato a credere. Quindi io penso che a casa sua si sia svolta la seduta spiritica; mi sembra strano però che dei professori universitari ritengano di giurare sull'affidabilità complessiva del gruppo.
CLO’. Le confesso, signor Presidente, e confesso alla Commissione che la reazione che provo rispetto ad una ricostruzione che posso dire, anzi ribadisco con tutta, profonda onestà, corrisponde al vero (per quanto nemmeno io sappia spiegare ciò che è irrazionale, quindi perché il piattino si muovesse) è amara. Voglio dire che sul piano della profonda coscienza una congettura che ci dipinge come un assieme di persone che hanno costruito una verità falsa su questa vicenda sinceramente è una congettura che mi ferisce profondamente. Dico ciò con tutto il rispetto per la Commissione e per chi legittimamente condivide questa congettura che io respingo con forza, con costernazione, per quanto mi renda conto che la vicenda che abbiamo vissuto e che abbiamo narrato abbia degli aspetti di irrazionalità che io stesso non so comprendere. Cerco di seguire però la logica del suo ragionamento, signor Presidente.
Certo che se questo fatto viene inserito in quella sequenzialità temporale in cui lei, Presidente, l'ha posta, sempre che sia esattamente consequenziale, sembra evidente che questa avesse connessione con la data precedente e con la data successiva. Ribadisco che nessuno di noi aveva attribuito a quel termine ignoto, che ci colpì in quanto esistente, alcun significato; lo si riferì in quanto ci colpì, non perché nessuno di noi ipotizzasse che a Gradoli paese (non avendo cognizione certamente dell'esistenza di una via Gradoli come strada) esistesse la possibilità che ci fosse Moro. Io stesso seppi poi dell'irruzione delle forze dell'ordine nel paese a cose fatte, ben dopo. Il professor Prodi ne riferì perché rimase, alla pari di altri e forse più di altri, colpito sia del fatto che il piattino si muovesse sia di questa - passatemi il termine - straordinaria coincidenza. Se il professor Prodi fosse andato a Milano o a Torino probabilmente non avrebbe riferito; certo io ne avrei riferito - che so io? - al mio compagno di ufficio, di università o ai miei amici e la cosa sarebbe finita lì: il professor Prodi aveva delle altre frequentazioni e quindi lo riferì venendo a Roma, non mi sembra appositamente ma per altre ragioni, quindi si trovò a riferire di questo: ma nessuno aveva cognizione che questa informazione avrebbe avuto un seguito. Io stesso appresi della cosa a covo scoperto, quindi non è che dopo lo chiesi al professor Prodi cos'era successo, se si erano mossi, se si erano decisi.
PRESIDENTE. Ma il 6 aprile però avrà saputo che si è fatta l'irruzione a Gradoli paese.
CLO’. Assolutamente no.
PRESIDENTE. Ne è stata data notizia su tutte le televisioni, ne ho ancora negli occhi le immagini.
CLO’. Lo seppi quando scoprirono il covo.
PRESIDENTE. No, mi riferisco al fatto che il 6 aprile la televisione trasmise le immagini dell'irruzione militare nel paese di Gradoli: serbo un ricordo molto preciso, ricordo ancora le tute mimetiche e questo paesetto con le sue casette dove si vedevano gli uomini che entravano con il mitra e facevano una perquisizione; un intero paese fu perquisito. Se qualche collega ritiene che il mio ricordo sia sbagliato, lo dica.
CLO’. Sarà l'ennesima contraddizione rispetto alla sua ipotesi, ma io ricordo che rimasi colpito quando seppi che c'era il covo; però io non seppi neanche che il professor Prodi aveva riferito al dottor Cavina, che quindi il dottor Cavina avrebbe a sua volta riferito: escludo pertanto che l'intenzione nostra fosse quella di fornire un’informazione. Un'informazione che, tra l'altro, era fuorviante rispetto al vero. Ammettiamo che noi si fosse deciso di adottare questa via, rispetto alle "enne" vie che ci potevano essere per trasmettere quella informazione, cioè che avessimo inventato questa via, assolutamente la più incredibile di tutte, avessimo deciso di rendere la cosa incredibile in partenza; addirittura di non dare l'informazione, semmai l'avessimo avuta, della strada bensì addirittura di un paese, tanto per rendere la cosa ancor più inverosimile. Mi sembra eccessivo. L'altro aspetto che voglio sottolineare per quanto mi riguarda si riferisce alla domanda che lei mi rivolge chiedendomi perché giuriamo. Io dico che vi sono due elementi sui quali baso il mio convincimento, che non solo riguarda la mia persona ma anche gli altri. Uno è il fatto che, semmai qualcuno avesse inteso approfittare di una situazione casuale che si era presentata (perché non è che abbiamo deciso di andare in campagna per fare il piattino, quindi è venuto fuori in maniera assolutamente casuale) e quindi, semmai qualcuno, trovandosi casualmente in questa situazione, avesse deciso di approfittare di tale situazione per trasmettere il suo messaggio che aveva saputo alcuni giorni prima da uno studente...
PRESIDENTE. Da uno studente, ma anche da una fidanzata da un'amica, dal lattaio.
CLO’. Sì, va bene, ma prendo ad esempio il termine che lei ha usato. Ribadisco che il modo in cui il piattino si muoveva non porta oggi ma portava fin da allora ad escludere assolutamente che questo potesse essere manovrato da una singola persona. Sottolineo il fatto che, appunto, quel che colpiva era la velocità del movimento del piattino e l'erraticità di questo movimento; se uno vuole condizionare il tragitto del piattino in una certa direzione può anche riuscirci, così riuscendo ad ingannare gli altri, ma è molto difficile che uno possa, essendo il tavolo abbastanza grande, accompagnare questo piattino in movimenti assolutamente rapidissimi (era questa la cosa che ci colpiva) e non essendoci mai uno sempre fisso (perché ci si alternava) senza che gli altri si accorgano di questo. Pertanto "giuro" nella misura in cui il mio profondo convincimento è che nessuno in quella occasione sia riuscito a governare il movimento del piattino, facendo "fessi" tutti gli altri.
In secondo luogo "giuro" perché sinceramente ho rispetto delle persone che frequentavo, che non erano persone casualmente incontrate o conoscenti, ma erano le persone con le quali avevo allora la maggior frequentazione quotidiana: c'era mio fratello; c'era il professor Prodi che conoscevo già allora da tredici anni essendo stato suo studente ed essendomi poi laureato con lui; c'era il professor Baldassarri che faceva parte della stessa facoltà, che conoscevo meno; c'era il professor Gobbo, che era mio compagno di scuola. Quindi, da una parte ho il convincimento profondo che nessuno in quella occasione sia stato in grado di poter "truccare" l'andamento del gioco e, dall'altro, la profonda conoscenza di queste persone che porta ad escludere che possa qualcuna di esse averci ingannato consapevolmente; e ciò a prescindere, cioè senza tener conto degli ambiti di frequentazione che avevamo, in quanto escludo che uno possa avere un'informazione di quel tipo pur non frequentando ambienti limitrofi a quelli che potevano essere a conoscenza di fatti di questo genere. Quindi non è che dica che io giuro: questi due elementi, cioè come si svolsero i fatti (e mi riconduco alla vicenda come effettivamente si svolse), nonché i rapporti di profonda amicizia o di parentela che avevo con queste persone mi portano a rafforzare il convincimento che fossimo tutte persone in buona fede e che nessuno in quella occasione abbia inteso surrettiziamente inviare un'informazione nel modo strano con cui questa sarebbe stata trasmessa volutamente per arrivare a mandare un segnale che nessuno sapeva il giorno dopo sarebbe stato poi trasferito dal professor Prodi. Nessuno di noi, almeno io, sapeva che il giorno dopo il professor Prodi sarebbe andato a Roma e ne avrebbe parlato.
PRESIDENTE. Però Prodi davanti alla Commissione Moro dichiarò di aver detto subito davanti a voi che avrebbe informato chi di dovere.
FRAGALA’. Lo ha detto anche Baldassarri.
CLO’. Non è che ci fosse una deliberata decisione unanime di quello che era stato l'animus diabolicus di tutta questa vicenda. Che Prodi possa aver detto "lo riferirò" è plausibile. Se cosi fosse stato - ammesso e non concesso - chi aveva governato la cosa avrebbe dovuto preoccuparsi soprattutto che questo avvenisse, e preoccuparsi soprattutto dell'affermazione vera, non di quella non veritiera che sarebbe stata trasmessa in tal modo.
PRESIDENTE. Io però, professore, vorrei farle capire il nostro ed il mio punto di vista. Lei è professore di economia e certamente sa che tutte le scienze e le attività umane hanno loro regole. Noi siamo una Commissione parlamentare di inchiesta; il caso Moro è una delle tragedie nazionali che tuttora, come avrà visto anche in questi giorni, agita anche l'attualità politica. Qui è venuto un magistrato a dirci, sulla mancata scoperta del covo di via Gradoli, che se fossimo arrivati prima in via Gradoli la storia di Moro sarebbe stata diversa e forse sarebbe stata diversa la storia del paese. Ammetto che il mio giudizio in se stesso conta poco; però poi viene il Presidente del Consiglio dell'epoca e mi ripete lo stesso giudizio con le stesse parole. Lei capisce che noi non possiamo fare finta che tutto questo non sia avvenuto. Resta in se stessa una storia dove l'inverosimiglianza sta non nel fatto che si è svolta la seduta spiritica, o che il piattino si sia mosso, per lo meno dal mio punto di vista. Io ho riletto le varie dichiarazioni: è ridicolo, è imbarazzante ammetterlo, è irrazionale, non c'è una spiegazione logica... Qui c'è una spiegazione logicissima: qualcuno di voi aveva saputo che il nome Gradoli poteva avere una quale importanza, ed era una costa giusta e nobile cercare di liberare l'onorevole Moro. Perché deve sembrare inverosimile che abbia affidato questa informazione al piattino? Mi sembra che sia la più benevola delle spiegazioni possibili, a meno che non si voglia credere agli spiriti, cosa che personalmente mi risulta difficile. Ma soprattutto non ci credo per come avete raccontato che si è svolta la seduta. Qualsiasi medium escluderebbe che un fatto medianico possa avvenire in una atmosfera scherzosa, in un'atmosfera ludica, con le persone che si avvicinavano e si allontanavano dal tavolino, con cinque bambini che giocavano e con le mamme che seguivano i bambini. Non c'è nemmeno uno scenario per cui anche il razionalista che non crede agli spiriti possa ipotizzare che forse - chissà - effettivamente ci sono fluidi che in qualche modo si trasmettono e in qualche modo fanno muovere i piattini. Da come voi descrivete la cosa, la trasmissione del fluido si sarebbe certamente interrotta. C'erano medium professionisti?
CLO’. No.
PRESIDENTE. Non c'è un medium professionista, poi tutti quanti scherzate e non prendete la cosa nemmeno sul serio, e questo piattino si muove velocemente. Mi sembra un'informazione filtrata perché il covo di via Gradoli non era il luogo dove era prigioniero Moro, questo è ormai accertato; era però la centrale operativa del sequestro ed era un covo delle Brigate rosse che era in precedenza stato utilizzato da irregolari, perché questo ce lo ha detto la Faranda e noi non abbiamo motivo di dubitare.
GUALTIERI. E i medium non professionisti chi erano?
PRESIDENTE. Da quello che ci ha detto Baldassarri, quelli che più tenevano il dito sul piattino erano il professor Clò e il professor Prodi.
CLO’. Non c'erano medium professionisti. Io posso capire la difficoltà a comprendere, ma mettetevi nei panni di chi ha vissuto quella vicenda nel modo in cui noi la narriamo; non posso discostarmi da come le cose sono andate. Io capisco che in questo caso la verità sia più difficile da accettare che in altri casi, ma questa è la verità e questo non possiamo che ribadire; non è che la possiamo adattare a seconda delle esigenze. Questa è la quarta volta che io riferisco: ho una grande serenità d'animo rispetto ad una vicenda sulla quale io stesso mi sono interrogato e non so dare spiegazioni. Mi scusi, Presidente, ma l'interpretazione più benevola non è quella che avete dato, l'interpretazione più benevola è quella vera, è la verità.
PRESIDENTE. Questo glielo contesto: lei non può sapere qual è la verità. Lei può soltanto sapere che c'era una riunione, che in quella riunione avete messo il dito sul piattino e il piattino si è mosso. Io le concedo che a me questo fatto sarebbe potuto succedere, ma nel momento in cui, dopo un po' di tempo, avessi saputo che c'era il covo in via Gradoli, la conclusione che ne avrei tratto sarebbe stata che qualcuno dei partecipanti a quella riunione era in possesso dell'informazione e l'ha affidata al piattino. La vita mi ha insegnato a non fidarmi di nessuno: anche se fossero stati tutti miei familiari o miei carissimi amici, la conclusione che ne avrei tratto sarebbe stata quella. Sarà perché io sono un terribile razionalista e non credo agli spiriti; ma mi sembra la cosa che più salta in mente. Naturalmente io posso giurare per me stesso, ma mi ha colpito il fatto che lei, Prodi e gli altri avete dato questa specie di assicurazione su tutto. Avete detto: no, io non sapevo e vi posso assicurare che nessuno di quelli che erano intorno al tavolo sapessero. Questa non è la verità, questa è una valutazione.
CLO’. Posso assicurare che nessuno spingesse il piattino. Su un tavolo un metro e mezzo per un metro e mezzo, con un piattino che corre in maniera elicoidale, con movimenti assolutamente imprevedibili, è impossibile che qualcuno governasse il piattino e potesse spingerlo contemporaneamente all'estrema sinistra e all'estrema destra del tavolo senza che gli altri se ne accorgessero. Traggo il convincimento sulla buona fede degli altri, non già aprioristicamente perché li conoscevo bene, ma perché dal modo in cui il gioco si svolse trassi subito il convincimento che il piattino si muoveva in maniera autonoma, non guidato da chicchessia. Infatti un movimento lo si può dirigere in una direzione, ma non si può condurre con grande rapidità e con capovolgimenti di direzione senza che nessuno si accorga che il piattino è manovrato. Quello che posso in totale buona fede, in coscienza, testimoniare è che nessuno guidasse il piattino; da cui, in successione logica, che non ci fosse nessuno che volesse guidare il piattino.
PRESIDENTE. Posso anche capire che una persona venga a dirmi: il piattino si muoveva con tale velocità che era difficile pensare che qualcuno lo spingesse. Cioè che il piattino si muoveva, che non ci si è accorti che qualcuno lo spingesse e si muoveva con tale velocità da far ritenere difficile che qualcuno lo muovesse. I prestigiatori fanno sparire tutto, fanno dei giochi di illusione per cui guardandoli ci si chiede come abbiano fatto. Ma dopo pochi minuti ci viene spiegato il trucco.
CLO’. Il mio convincimento riguarda ancora la meccanica dell'avvenimento. Nel momento in cui io stesso poggiavo il dito sfiorando il piattino avrei potuto avvertire se qualcuno stava facendo una pressione. Confermo che a vent'anni di distanza il giudizio che do di quelle persone - questo non attiene alla meccanica dell'avvenimento, ma alle vicende personali, ai rapporti - a vent'anni di distanza il mio convincimento è che nessuna di queste persone avesse dei coinvolgimenti. Lei dice che sono successi fatti per cui nessuno sapeva che la propria moglie in realtà era... Posso testimoniare nei confronti di tutte le persone che erano partecipi, compresi i bambini, totale rispetto e fiducia, non posso dire uguale amicizia per tutti (alcuni sono amici, mentre con altri la frequentazione si è ridotta), e confermo la mia assoluta e totale stima riguardo al convincimento che nessuna di queste persone avesse dei coinvolgimenti. Questo è un mio giudizio di valore, altro invece non il mio giudizio ma è quello che ho vissuto. Il movimento del piattino resta per me un fatto misteriosamente inspiegabile. Non so dare risposta, anche perché avrò fatto questa esperienza tre o quattro volte in vita mia, le prime volte quando avevo quindici o sedici anni. Si invocava Napoleone o Cavour...
PRESIDENTE. E le altre volte il piattino si muoveva?
CLO’. Non mi ricordo, stiamo parlando di tanti anni fa. A quindici anni poteva trattarsi anche di uno scherzo.
PRESIDENTE. Noi eravamo già adulti, dei giovani professionisti. D'estate facevamo il gioco del tavolino che si muoveva. Alcune volte l'ho spinto, altre volte no, e non riuscivo a capire chi degli altri lo spingesse. Avevamo tutti le mani sopra al tavolino, facevamo la catena, ci toccavamo le mani, sì diceva di non spingere, ma il tavolino si muoveva. Alcune volte l'ho mosso io, altre volte no, ma capivo che lo avevano mosso gli altri. Quando alcune verità delicate furono affidate a quel tavolino, affermai che non era il caso di continuare, perché magari qualcuno aveva litigato con la fidanzata.
SARACENI. Personalmente parto da una presunzione di verità di quanto affermato dal professor Clò; una presunzione arricchita anche da una riflessione che avevo fatto io stesso e che il professor Clò ha ripetuto. In effetti l'ipotesi che accomuna una tantum il presidente Pellegrino al presidente Andreotti, cioè che l'Autonomia ha scelto questa strada per mandare un messaggio, mi pare rappresenti una strada così complicata, così incredibile, tanto che se avesse voluto inviare un messaggio avrebbe scelto una via più semplice. Questo argomento mi convince, tuttavia resta pur sempre la presunzione: non ho elementi per non credere alla versione di persone assolutamente rispettabili. Quindi quello che chiedo al professor Clò più che una verifica della verità (resta la presunzione) è un approfondimento diretto, quasi una curiosità, a questo punto. Siccome la mia forma mentis è di un estremo positivismo, non ho mai avuto esperienze di tal genere. Apprendo che il professor Clò non era alla prima esperienza di sedute medianiche. Non riesco proprio ad immaginare che un piattino possa muoversi per forze metafisiche, allora per corroborare con argomenti positivi quella presunzione chiedo al professor Clò se egli crede che un piattino possa muoversi per forze non umane, non meccaniche, ma per forze metafisiche. Inoltre non conosco la tecnica, non capisco come si faccia ad indicare un luogo.
PRESIDENTE. Si scrivono sulla carta delle lettere, con sì e no, e il piattino si muove sulla carta per toccare una lettera e formare un nome.
SARACENI. Quindi era stato chiesto "dove" ed erano state indicate quelle tre località, di cui peraltro una soltanto fu oggetto di un'indagine di polizia, secondo i ricordi comuni dell'onorevole Fragalà e del Presidente. Anche a me sembra di ricordare che ci fu quella irruzione; però perché mai non anche Viterbo e Bolsena, ma solo Gradoli, dal momento che ne aveva indicate tre. Questo però non lo dobbiamo chiedere al professor Clò, ma a chi ha avuto il messaggio e ha deciso di scegliere Gradoli fra le tre. Il professor Clò riconosce che questa vicenda ha dei connotati di irrazionalità; questo è fuori discussione. Ha esordito dicendo che era la vicenda, come è ovvio, che ci angosciava tutti in quel momento. Come concilia, il professore, lo stato d'animo di angoscia con il fatto di ricorrere ad un gioco, perché il piattino comunque è un gioco? Il contesto nel quale viene collocato è un contesto di gioco, con i bambini, eccetera. Ciò accadeva per risolvere uno stato di angoscia o ammettevate comunque, sia pure in modo non voglio dire subliminale ma approssimativo, l'idea di poter avere una risposta concreta, un risultato? O era soltanto un passatempo per vincere la noia e il tempo uggioso? Come concilia l'angoscia del caso con il ricorrere al gioco tra persone di quel livello? Inoltre, ripeto, non conosco la tecnica, ma quello che mi pare che lei tende a dire è che è impossibile - personalmente non credo che si possa muovere da solo - che il piattino possa essere mosso da uno dei partecipanti senza che la persona si esponga ad essere scoperta nel momento in cui sta barando. Vorrei che mi facesse capire la questione e che conciliasse meglio con la mia forma mentis positiva questa vicenda che ha dell'irrazionale, come lei stesso afferma.
CLO’. La ringrazio, onorevole, per la presunzione di verità; se non altro dispone di uno stato d'animo sereno.
SARACENI. Lo dico con convinzione, non si trattava di diplomazia.
CLO’. Lei ha detto diverse cose e non so se riuscirò a seguirle con la coerenza logica che ha seguito il suo discorso. Sull'approfondimento diretto sono il primo ad affermare che non sono in grado di dare spiegazioni. Da una parte vi è il convincimento che non vi fosse movimento consapevole a condizionare il tracciato del piattino, dall'altra ammetto l'incapacità di dare una spiegazione proprio al fatto che fece sorprendere noi. La sorpresa forte fu il fatto che queste risposte si ripetevano, non vi era una successione logica precisa tra le parole, non vi era neanche - anche perché quello che continuiamo a chiamare "gioco" era discontinuo - una continuità nei termini che avevano senso. Le domande inizialmente erano di carattere assolutamente generico e poi si fecero domande relative alle località geografiche.
SARACENI. Ma lei crede che un piattino si possa muovere per forze medianiche?
CLO’. Di fronte a questa domanda posso dire che ho avuto un'unica esperienza, perché le altre risalivano a quando avevo quattordici o quindici anni, a quando si interrogava Napoleone alla vigilia degli esami. Gli altri hanno detto che si sentivano ridicoli; io non mi sento ridicolo, perché ho vissuto questa esperienza che non so spiegare. Ho vissuto un fatto inspiegabile di un piattino che si muoveva e che forniva delle risposte che non ci risultavano convincenti in quanto tali, ma a noi colpiva il fatto che si muovesse. Il piattino si muoveva con una rapidità straordinaria, così come era straordinario il fatto che poi si bloccasse sulle lettere. Non è che il piattino muovendosi passasse sopra le lettere oppure rallentasse e noi a correre dietro a dire: ha detto "questo", ha detto "quello". Nella maggior parte dei casi su quelle lettere che poi costituivano un termine compiuto si bloccava. Tanto più era forte la nostra incredulità che questo potesse avvenire, tanto più forte era la sorpresa di osservare che avveniva. Ammettiamo il caso non ho più alcuna intenzione di farlo, mi è bastata quell'esperienza che ripetessi l'esperienza e lei si trovasse di fronte a quei riferimenti; immaginerebbe che io o il senatore Pellegrino stiamo truccando il gioco e quindi ci guarderebbe con grande attenzione dicendoci di spostare il dito per vedere se sostituendo la persona cambia qualcosa, e poi direbbe a qualcun altro di spostarlo anche lui. Cambierebbe tutti i soggetti per vedere se effettivamente si muove da solo. Che risposta ne trae se lo vede muoversi?
SARECENI. Vorrei una spiegazione atecnica... ripeto, non ho nessuna esperienza, non so come si svolge una seduta spiritica: per chiarire, ogni volta che il piattino si fermava su una certa lettera questa veniva indicata?
CLO’. Tecnicamente avveniva così. Ammettiamo si faccia una domanda: quale è la località? Il piattino comincia a muoversi e poi si ferma su una lettera e poi su un'altra ancora, fino a che ad un certo punto non si muove più.
SARACENI. Lei ha affermato che il nome "Gradoli" vi era del tutto sconosciuto, via via che dal piattino veniva l'indicazione delle singole lettere, che sono anche tante, venivano annotate su un foglio di carta?
CLO’. Sì, una persona annotava le lettere; c'erano anche alcune parole per le quali alla fine il piattino si fermava...
DE LUCA Athos. Chi annotava le lettere indicate?
CLO’. Mi ricordo bene che era il professore Fabio Gobbo.
SARACENI. Non avete conservato i fogli?
CLO’. Proprio no!
SARACENI. Non intendevo dire che fosse vostro dovere.
CLO’. Onorevole Saraceni, vorrei precisare alcune sue legittime perplessità sugli avvenimenti; lei ha evidenziato una mia apparente contraddizione tra angoscia e gioco: l'angoscia era, né più né meno, quella degli italiani e quello che ci mosse nel dare seguito a questa (a distanza di tempo) malaugurata proposta fu, innanzi tutto, la conversazione riguardo al fatto che era stato coinvolto un parapsicologo - mi sembra - olandese e in secondo luogo il fatto che molti dei partecipanti, soprattutto il professor Prodi, esprimevano, come lei, il convincimento che non sarebbe mai potuta accadere una cosa del genere. Si discuteva di questo parapsicologo che era esperto di acque (o qualcosa del genere) e che aveva immediatamente detto che Moro poteva trovarsi vicino all'acqua e quindi la conversazione passò sul fatto che vi erano fenomeni paranormali e medianici tra cui quello del piattino: da qui l'incredulità in merito al realizzarsi di un tale fenomeno e la curiosità nel verificare se per caso potesse avvenire; poteva non avvenire. Poteva essere che alla prima domanda il piattino si fermava lì e non si muovesse. Si usa quindi il termine gioco, ma è improprio, perché il clima di scherzo non c'era affatto quantunque - come dissi anche in una precedente occasione - il clima era ludico: non eravamo attorno ad un tavolo, con una luce centrale, al buio, con le mani incrociate per fare qualche cosa da cui traevamo il convincimento, perché tutti credevamo in quei fenomeni, di trarre un risultato che potesse essere utile. La proposta di fare la seduta spiritica e la decisione di compierla nacque più dalla curiosità e dalla incredulità che questo potesse avvenire. Proprio perché l'incredulità era abbastanza generalizzata - il professor Prodi non aveva mai fatto una seduta prima e la signora Prodi non partecipò perché era poco disponibile - vi fu l'assoluta meraviglia nel vedere che alla prima o alla seconda domanda il piattino cominciò a muoversi con una - ribadisco - rapidità e velocità che ci colpirono.
SARACENI. Pensaste di avere avuto dei risultati?
CLO’. No, nessuno pensava che i termini che venivano fuori potessero corrispondere a quello che veramente stava accadendo. Sottolineammo Gradoli perché l'esistenza di Viterbo e Bolsena è nota e non la verificammo certamente sulla cartina; quello che colpì fu che, alla domanda relativa al comune od alla località più specifica (non sapevamo neanche se fosse un comune), volta a circoscrivere per cerchi concentrici la zona, venne fuori questo termine a tutti ignoto; non era certo risultata Parigi, a parte il fatto che non è vicino Viterbo. Ci colpì quindi questo termine e lo verificammo sulla cartina geografica perché veniva fuori con grande ripetitività, ad un certo punto in maniera continuativa, quasi ossessiva. Questo ci colpì.
MANCA. Signor Presidente, sarò breve anche perché molte delle domande che avevo intenzione di rivolgere al professor Clò sono state poste da lei e da altri colleghi. Innanzi tutto vorrei la conferma dei presenti quella sera...
CLO’. Era pomeriggio.
MANCA. ...a me risultano presenti Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo, Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò, Gabriella e Mario Baldassarri, Francesco Bernardi., Emilia Fanciulli...
CLO’. Quest'ultima era una parente di Baldassarri.
MANCA. ...e i cinque bambini che ha nominato.
CLO’. L'elenco è esatto, ma c'era anche la moglie di Franco Bernardi, Gabriella. Non so il nome da ragazza.
MANCA. Lei conferma che fu sua l'idea della seduta spiritica?
CLO’. Sì.
MANCA. Cosa pensa del fatto che il professor Baldassarri che lo ha preceduto ha detto che lei era uno dei protagonisti insieme al professor Prodi? Si intende con questo che lei animava più di tutti gli altri la seduta?
CLO’. Sì, posso aver fatto più domande, anche se con discontinuità essendo anche il padrone di casa; ad un certo punto, ad esempio, ricordo benissimo che ci siamo interrotti per bere e perché ne avevano bisogno i bambini più piccoli. L'atmosfera in cui si svolgeva questo gioco (non trovo altro termine anche se questo non è appropriato) non era tale per cui eravamo tutti incombenti sul tavolo con tensione ed emozione forte per cui posso sicuramente aver fatto alcune domande e sicuramente vi è stato un momento in cui ho sfiorato il piattino: in altri momenti invece non ho fatto domande e non ho toccato il piattino. Sono stato quindi protagonista, ma nel senso che ho partecipato attivamente.
MANCA. Anche il professore Prodi ha partecipato attivamente?
CLO’. Anche lui ha fatto delle domande.
MANCA. A proposito delle domande, che risposta vi fu alla domanda se Moro era vivo o morto?
CLO’. Che era vivo.
MANCA. A quanto le risulta, il professor Prodi aveva partecipato ad altre sedute del genere prima di allora?
CLO’. No, so che non aveva mai partecipato ad altre sedute; chi era più incredulo che qualcosa potesse avvenire era proprio il professor Prodi.
MANCA. Vorrei fare l'ultima domanda. Sa se qualcuno dei presenti avesse conoscenze in ambito di Autonomia?
CLO’. Per quanto è nelle mie conoscenze, posso assolutamente escluderlo.
MANCA. Quindi nemmeno amicizie, contatti o quant'altro?
CLO’. Lo escludo assolutamente.
DE LUCA Athos. Innanzi tutto la ringrazio, professor Clò, per aver accolto la richiesta della Commissione. Vorrei iniziare con una domanda che le ha posto il collega Saraceni, alla quale mi sembra che lei non abbia risposto, perché mi pare interessante. Nel clima di quelle giornate particolari (eravate in campagna, in un momento di relax), come è venuto in mente, su una questione così seria ed anche drammatica, di fare questo gioco un po' crudele di affidare a questo piattino le risposte a domande del tipo "è vivo, è morto, dove è"? Francamente, considerata l'atmosfera che voi tutti cercate di descrivere (e cioè le salsicce, i bambini e così via), la cosa più spontanea, se pioveva, sarebbe stata quella di fare una partita a carte. Il fatto di voler accedere a questo tipo di cosa mi pare un rito che non si confà molto a quell'atmosfera, alle persone che c'erano (anche appartenenti - credo - ad una certa cultura politica) e al tipo di domande specifiche poste. Questa è una cosa che mi incuriosisce. Se io ho un'apprensione, in una giornata di relax passata con i bambini, non mi metto a porre certi interrogativi. A questo, francamente, una spiegazione logica non la trovo, salvo che qualcuno avesse invece interesse, perché questa seduta serviva ad altro. L'altro quesito che volevo porle è il seguente...
CLO’. Vorrei risponderle, intanto, a questa domanda. Mi permetto di affermare che lei ha usato un termine improprio. Capisco che è legittimo per una Commissione di questo genere voler dare razionalità ad una vicenda di tal tipo. Se io sentissi fuori di questa stanza, non già le interpretazioni precedenti fornite da altri, ma la descrizione che voi date della cosa, mi verrebbe da dire che non è il pomeriggio che ho vissuto io, perché ha usato il termine "crudeltà". A parte il fatto che quello che mi dissero io l'ho riferito al giudice istruttore, alla Digos e alla Commissione Moro, presieduta dal senatore Schietroma, ed a parte quello che dissero in diverse occasioni (e cioè che in Italia, in quel momento, vi erano state migliaia di segnalazioni di questo tipo), forse c'è stata superficiali